Il 23.10 u.s., giorno grigio e piovoso a me insegnante giunge sul registro elettronico un avviso che rischiara la giornata.
Il CESTES, Centro Studi Trasformazioni Economico Sociali, un osservatorio scolastico di comprovata e qualificata attività, annuncia un corso di formazione per docenti dal titolo “La scuola non si arruola. Contro la militarizzazione della cultura, il riarmo e le politiche di guerra, per sostenere la Palestina”.
Mi allerto subito, riconosco dal programma un livello qualificato, esulto nel grigio di ottobre quando intravedo lo sguardo di studenti ben lieti di avermi assente con il mio latino e greco, e decido di iscrivermi on line per il 4 novembre.
Il corso è autorizzato sulla piattaforma Sofia, e rientra nel libero diritto contrattuale dei docenti di formarsi autonomamente per un migliore esercizio dell’attività professionale.
Fin qui tutto ok.
Il giorno 29.11, prima della sospensione per Ognissanti, consulto la citata piattaforma per visionare il link di accesso e la regolarità dell’iscrizione; contestualmente ricevo una mail dal CESTES che mi informa che il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha annullato il corso con le seguenti motivazioni: “L’iniziativa non appare coerente con le finalità di formazione professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei agli ambiti formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti, così come definite nel CCNL scuola”.
In sostanza il Ministero sta dicendo che un corso che ha come oggetto l’educazione alla pace e al rifiuto delle armi come soluzione dei conflitti non è oggetto di dibattito pedagogico. Dice che non è pedagogico condividere e neanche opporsi al concetto di lotta nonviolenta,che non bisogna parlare di queste cose, non devono entrare posizioni antigovernative nella scuola… i docenti come me devono far tradurre il latino e greco, o accompagnare equazioni e algoritmi, e fare tanta buona… educazione civica.
Oltre all’esercizio democratico di un approfondimento negato al mio diritto critico di formazione, mi viene sostanzialmente detto che non devo lavorare sul tema dell’educazione alla pace e alla soluzione nonviolenta dei conflitti. Non devo coinvolgere me stesso e tanto meno i miei studenti in percorsi di sviluppo di competenze e conoscenze che, partendo pure dalle mie nobilissime materie di insegnamento, inducano allo sviluppo di una conoscenza diversa da quella che l’attuale ministro ritiene prioritaria in una crescita pedagogicamente impostata.
Di più. viene detto agli insegnanti di non impicciarsi di altro, di non partecipare al dibattito sociale sulle guerre in corso (a meno che non si voglia aderire a qualche manifestazione per ottenere un “week end lungo”), che potrebbero essere comminate gravi sanzioni se ci si assenta per sciopero, come minacciato dal vicepresidente del consiglio la sera prima della grande manifestazione proPal del 29 settembre scorso.
Dunque mi rimane una domanda: io che insegnante sono? Cosa devo essere in classe?
La mia storia di obiezione di coscienza e di impegno per il pacifismo dove finisce e cosa ha prodotto in questo modello politico che sempre più si discosta da quello sociale in cui vivo e che è fatto di gente che arranca e avverte tanti tipi di disagio?
Prima di pensare alle mie posizioni legittime sui temi di guerra e pace, sui sistemi assurdi internazionali che il nostro tempo sta impetrando come normali, forse bisogna ripartire da un’obiezione forte e profondissima, che al di là di ogni colore partitico, ritorni a garantire la pluralità, ad affermare l’educazione alla pace in tutte le sue forme come unica via per il futuro. La pace e il pensiero come atti di profonda rivoluzione culturale, politica e sociale. E pure partitica.
Deluso e amareggiato, al mio rientro in classe ne ho parlato con i miei studenti, semplicemente leggendo le circolari ricevute e la nota del ministro. Giuro: nessun commento personale. Erano tutti scandalizzati, tutti, sia quelli più a “destra” sia quelli più a “sinistra”, sia quelli più “indifferenti”.
Non ho commentato nulla. Semplicemente sull’onda della loro reazione ho cominciato a spiegare il mio programma di greco. Quel giorno, argomento della lezione era ‘Antigone’, di Sofocle.
Fuori è tornato il sole, sulla speranza dei giovani.