Limitare la difesa, ultima “eresia” del vescovo d’Ivrea
Non conosco documenti scritti, ma nelle ultime telefonate esprimeva dubbi, non approfonditi ma chiari, sulla “forza” che è implicita nel diritto alla difesa che è da limitare. Il vescovo rifondatore di Pax Christi per tutta la vita ha agito a sostegno della pace e della nonviolenza, reagendo agli attentati alla libertà e all’autodeterminazione dei popoli, ai conflitti, alle guerre, alle complicità dei governi con i produttori di armi senza solidarismo convenzionale, ma argomentando per prevenire l’abuso della forza, insidia grande anche delle intenzioni migliori.
Da prete, non dimenticava la storia di secoli di coinvolgimento della sua Chiesa nelle ambiguità già agostiniane della guerra giusta e non gli dava pace che la guerra fosse tornata a imporsi in Europa dopo quasi ottant’anni di tregua nella speranza che il mondo fosse rinsavito dopo due guerre mondiali e lo spettro dell’arma nucleare.
Non possiamo immaginarlo leggere la National Security Strategy che Trump è venuto imponendo agli americani e al resto di un mondo da sottomettere agli Stati Uniti d’America e una Peace through Strength destinata a non fare pace.
Tuttavia, da un pezzo, “la forza” era entrata nei discorsi relativi a conflitti in cerca di una pace realizzabile solo attraverso strategie necessariamente politiche e per questo già nel secolo scorso aveva dotato Pax Christi Italia di un Centro Studi Economico-Sociali.
Oggi appare sconcertante la passività dell’Europa davanti all’attacco devastante di Trump; Bettazzi, europeista convinto, riteneva l’Unione Europea presidio contro i nazionalismi e garanzia di pace. Purtroppo, non ci sono gli Stati Uniti d’Europa e Bettazzi non poteva prevedere che la guerra russo-ucraina sarebbe arrivata al quarto anno (più della Prima guerra mondiale?) con almeno mezzo milione di morti: un modello che non può essere accettato.
Le guerre attuali mostrano che, con le armi in nostro possesso – quelle vecchie ABC, atomiche (anche miniaturizzate), bio-batteriologiche, chimiche, quelle nuove (informatiche, satellitari, robot killer, armi letali autonome, algoritmi strategici) sono tutte, per definizione, difensive. Anche le guerre, dichiarate in nome dei “diritti umani”, durano anni definendosi “guerre di difesa”.
Dietro, c’è solo paura: quanto più l’uomo ha paura, tanto più mitizza la forza. Che individualmente, in una certa misura, coincide con la buona salute, la sicurezza, anche interiore. Ma che è il grande inganno, quando arma il potere che la democrazia vorrebbe condiviso. È una rimozione storica quella di non accettare la verità, che l’essere umano è, creaturalmente, fragile e che evolversi ha significato partire dalla vulnerabilità per creare “difese vitali” e dalla legge della sopravvivenza. L’aggressività istintiva portava il bestione tutto senso e ferocia ad ammazzare chi gli sottraeva un frutto, ma ha poi imparato che è meglio “fare” società e aiutarsi.
La democrazia, anche se continua a contrapporsi al giusto principio dell’uguaglianza, non ama più la guerra come quando era un valore e il ministero a cui oggi – dopo due guerre mondiali – diamo il nome “della Difesa”, era il ministero della Guerra.
È in questione la giustizia, che non può sopravanzare la libertà e giustamente applica i codici; ma le conseguenze sociali del “non uccidere” biblico oggi la rendono un imperativo nei conflitti internazionali e l’applicazione della Pacem in terris alla sola guerra nucleare è inadeguata. La guerra è sempre il male, tanto più quando l’umanità è coinvolta in una violenza che è già mondiale, anche se distribuita in frammenti, e perde vita investendo in armi – lo fanno perfino Paesi che stentano a soddisfare l’alimentazione quotidiana – e non in difesa dell’ambiente che continua a lasciar devastare dal disordine che ha creato.
Quando parliamo di difesa, possiamo rimuovere le ragioni del loro impiego? La difesa giustifica la guerra? Si deve subire “il male”? Si tratta di “porgere l’altra guancia”? Anche stando al Vangelo, alle possibilità umane viene offerta la sola alternativa di “subire”? Oppure la ragione può ragionare sulle ragioni?
È tornato il problema del Male, identificabile in condanne senza mediazioni relazionali, senza anticiparle con la minaccia delle armi. Anche quando si riscontrano aggressioni inaccettabili, ormai non possiamo dire, con i mezzi di intelligence che abbiamo, di non averle previste. Allora lasciamo vincere il Male? Resta immutato che “il cristiano non può collaborare”? Mi ha preoccupato leggere sul fondo de Il Regno di dicembre che la pace è sintesi dei beni messianici “senza negare la storia e la sua realtà”: “non è la sua realizzazione né l’ipostatizzazione di un valore.... la difesa della vita di intere popolazioni esige che si ponga l’aggressore in stato di non nuocere, con il ricorso, se necessario, anche alla forza”.
Torniamo alla guerra giusta?
Luigi Bettazzi era un prete colto, cresciuto sotto il fascismo e quando andava a scuola le aule del seminario portavano la contraddizione del crocifisso in mezzo ai ritratti del re e del Duce, ma un suo compagno, sacerdote a Montesole, fu ucciso nel grande massacro di Marzabotto. Quando venne il Concilio era pronto a viverlo e applicarlo: era stato il più giovane a intervenire, partecipò al “Patto delle catacombe”, il sogno di una Chiesa povera per i poveri e nonviolenta, sostenitrice dell’obiezione di coscienza, contraria alla presenza dei cappellani militari, pur se era consapevole dei problemi che ricadevano sulla società civile e ne vincolavano le coscienze all’obbedienza.
Alla guida di Pax Christi International quando le condizioni dell’Asia (era in corso la guerra del Vietnam), dell’America Latina e dell’Africa gli imposero di affrontare con coerenza e discernimento la radicalità della fede che impedisce al cristiano di collaborare con il male, la guerra fu il suo argomento. La coscienza – l’abbiamo visto tante volte – non tiene il clero riparato da compromessi, opportunismi, omissioni, potere.
Teologi cristiani hanno giustificato crociate e stragi di infedeli con armi che portavano l’emblema della croce. Oggi si potrebbe dire: anche se nucleari? Anche con armi crudeli costruite per far ancor più male al nemico, per uccidere i bambini con matite esplosive, con droni che costano meno e fanno danni selettivi che prolungano i conflitti, per avere distinto il “campo di battaglia” in cui ripetere all’infinito i modi della strategia che principalmente colpisce la popolazione civile? Ormai siamo dentro l’IA, discussa perché ambigua, potrà aiutarci e creare un secondo rinascimento, ma guai se assorbe l’intelligenza naturale: potrebbe rendere passive le persone e subalterne al potere dei più forti. Che non significa assolutamente che siano i migliori.
Non possiamo affidare nessuna strategia all’IA: meglio i generali del Pentagono, che sanno che cos’è la guerra. Come l’IA tradurrà la difesa in azione? La nostra intelligenza che resta direttiva rifletterà sui limiti della difesa così come la conosciamo o aveva ragione Bettazzi a dubitarne?