Il 18 febbraio 2026 è morto Jesse Jackson, il carismatico leader statunitense per i diritti civili, ministro battista cresciuto nel Sud segregato, stretto collaboratore di Martin Luther King.
Faceva parte dell'ampio movimento nonviolento statunitense, animato da molte persone degne di memoria attiva: H. David Thoreau, Jane Addams, Rosa Parks, James Farmer, James Lawson, Thomas Merton, Dorothy Day, Rosemary Lynch, Cesar Chavez, Daniel Berrigan, Jimmy Carter. Uomo appassionato e sanguigno, a volte contraddittorio, per circa trent'anni ha risvegliato le menti e acceso i cuori dell'America migliore aiutandola (e aiutandoci) a contrastare ogni forma di razzismo e di trumpismo, come si sta facendo in molte città, compresa Minneapolis. Studiare operativamente la sua figura dentro la grande famiglia della pace fa bene alla salute di ognuno e del mondo. Dopo l'assassinio di King nel 1968 a Memphis, Jackson divenne uno dei leader per i diritti civili più influenti, si presentò due volte candidato alla presidenza (1984 e 1988) e diede vita (nel 1984) alla National Rainbow Coalition, un'inedita alleanza di neri, bianchi, latini, asiatico-americani, nativi americani e persone Lgbtq. Esercitò anche una sorta di diplomazia civile con vari paesi del mondo, liberando prigionieri politici e collaborando con istituzioni orientate al rispetto della dignità umana anche nei luoghi di conflitto.
"La nostra bandiera è rossa, bianca e blu, ma la nostra nazione è un arcobaleno: rosso, giallo, marrone, nero e bianco, e siamo tutti preziosi agli occhi di Dio", ha detto una volta, attingendo alla fonte più pura della nonviolenza attiva.