“Davanti alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi [ …]. Fatto uomo, Egli diventa per noi l’Emmanuele, sorgente di grazia e di perdono, di salvezza e di vita nuova. Carissimi, non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria”.
Queste frasi decise e radicali, pronunciate da papa Leone alla Sagrada Familia di Barcellona il 10 giugno 2026, sono sconvolgenti. Sconvolgono ogni pigrizia ma, soprattutto, il paradigma della potenza e della normalità della guerra, argomentato nel capitolo quinto della Magnifica Humanitas.

Affermano il solenne ripudio teologale ed ecclesiale delle guerre. Oltrepassando la definizione “alienum a ratione” della “Pacem in terris”, definiscono di fatto “alienum a fide” il fenomeno bellico moderno. La ricaduta di tali posizione è globale e mobilitante: riguarda le obiezione di coscienza, le politiche di disarmo, la difesa civile nonviolenta, un’economia disarmata, l’ecologia integrale, l’accoglienza e la cooperazione, il rilancio del diritto internazionale, l’educazione disarmata, una teologia gesuana nonviolenta da elaborare.
Leone ha un profilo geopolitico di prima grandezza. Da un anno denuncia le dinamiche distruttive del potere mondiale, le logiche di dominio, le pratiche escludenti, lo svuotamento della democrazia, le spinte alla disumanizzazione. Per lui ciò che conta non è argomentare sulla possibilità di una “guerra giusta”, sempre più improbabile a causa delle caratteristiche delle guerre moderne (totali, continue, tecnologiche, ibride, quindi distruttive e stragiste, purtroppo normalizzate. Ciò che conta è promuovere, curare e organizzare la pace. In tale contesto il viaggio in Spagna, ricco di relazioni e in dialogo con i giovani, ha avuto quattro momenti significativi. La citata omelia a Barcellona del 10 giugno, l’incontro con le autorità del 6 giugno, il discorso in Parlamento dell’8 giugno, la visita alle isole Canarie dell’11-12 giugno.

La sicurezza non viene da armi e muri ma dal diritto internazionale
La denuncia leonina si accompagna all’urgenza di “un salto di qualità”, di “un’inversione di rotta negli investimenti su scuola, università e ricerca, sulle comunità locali e sulla società civile come vivaio di partecipazione e di mediazione culturale. La sicurezza, che troppo spesso ci illudiamo venga dalle armi e dai muri, matura piuttosto nell’imparare a fare strada con l’altro, a crescer insieme, fianco a fianco” (incontro con le autorità). “E’ preoccupante che, in diverse parti del mondo e anche in Europa si presenti nuovamente il riarmo come risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale. La vera sicurezza, invece, nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra” (al Parlamento spagnolo).

La fede non ha paura del mare
Dopo l’omelia alla Sagrada Familia di Barcellona, Leone si reca alle isole Canarie dove l’11 e il 12 giugno affronta il dramma delle migrazioni forzate che “deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante”. La Chiesa, osserva il papa, non può tacere. Ritorna in lui il monito di Bergoglio, citato più volte, a “cambiare rotta”, a “convertirsi”, a “spezzare le catene”. La fede "non ha paura del mare" inteso come caos e rischio di morte. L’alternativa è possibile, se vogliamo essere credenti cristiani. Se lottiamo con responsabilità per la dignità umana e per il bene comune. Se crediamo.

 

 


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