“You bodyguard” mi dice una bambina che incontriamo per strada a Kabul. Avrà 8-9 anni e si avvicina al nostro gruppetto per venderci qualche chewing gum, forse ricevuto da qualche soldato USA. È l’11 settembre 2011 e siamo a Kabul - con un piccola delegazione della Tavola della pace e l’associazione americana dei familiari delle vittime dell’11 settembre Peaceful Tomorrow - per un incontro tra le vittime delle torri gemelle e le vittime della guerra in Afghanistan.

Per 20 anni l’Occidente, Italia compresa, ha fatto una guerra in quella terra, bombardando e uccidendo. Solo l’Italia spendeva 2 milioni di euro al giorno. Poi a metà agosto 2021 Usa e alleati si ritirano nel giro di pochissimi giorni. E il Paese ritorna nella mani dei talebani. Che non sono certo cambiati, anzi.
La cosa scandalosa è "l’incontro della vergogna" avvenuto lo scorso 23 giugno a Bruxelles: 5 rappresentanti del regime dei talebani sono stati invitati a un incontro con funzionari della Commissione europea, non per parlare di diritti umani, delle donne, delle bambine e bambini. No! Per parlare di rimpatri di migranti afghani irregolari. Tutto in linea con il Patto su migrazione e asilo entrato in vigore in Europa lo scorso 12 giugno.
Tutto ciò è vergogno e scandaloso. Non è il caso di elencare i crimini contro le donne che il regime talebano ha ulteriormente inasprito anche recentemente.
E l’Europa si fa complice di questi crimini.
Amnesty International denuncia i rischi che corrono le persone in caso di ritorno forzato: prigione, torture, desaparecidos. Ignorando la decisione della Corte penale internazionale che, l’anno scorso, ha emesso un mandato di arresto contro la guida suprema dei talebani, Haibatullah Akhundzada, e contro il presidente della Corte Suprema di Kabul, Abdul Hakim Haqqani.
Molto chiare le parole di Malala Yousafzai, Premio Nobel per la Pace, all'età di 17 anni, nel 2014,: “Qualsiasi impegno con i talebani deve iniziare e finire con i diritti delle donne e delle ragazze afghane”.
“Le immagini disperate di persone in fuga dall’Afghanistan, compreso il personale dell’Unione europea, sono ancora vive nella memoria collettiva. È inconcepibile che oggi l’Unione Europea cerchi di rimandare persone in Afghanistan, un Paese che nel frattempo è diventato ancora più pericoloso”, ha dichiarato Eve Geddie, direttrice dell’Ufficio Istituzioni europee di Amnesty International. “Qualsiasi iniziativa dell’Unione Europea – continua l’esponente di Amnesty – volta a facilitare le espulsioni verso l’Afghanistan è irresponsabile e pericolosa e ignora gli obblighi giuridici della stessa Unione europea, in particolare il divieto di rinviare una persona in un luogo in cui la sua vita potrebbe essere in pericolo”.
E quella bambina che pensava – vista la mia stazza e il mio essere in giro per le strade di Kabul in abiti civili, non militari – che io fossi un bodyguard? Ovviamente non ho notizie di lei, che oggi avrà 24-25. Chissà che ne della sua vita? Anche pensando a lei dobbiamo aprire gli occhi, non tacere e stare dalla parte delle donne in Afghanistan e non solo.


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