“Un cavallo e un toro videro il loro padrone prepararsi per andare in guerra. Il cavallo si allarmò, mentre il toro era certo di non avere nulla da perdere. Il padrone sellò il cavallo e partì, ma poco dopo giunse la notizia di un accordo tra le parti nemiche. Il padrone decise di festeggiare l’evento con gli amici. E, così, sgozzò il toro”.

È una storiella-parabola raccontata dal card. Gianfranco Ravasi sul Sole 24 Ore di domenica scorsa. E continua “La parabola appartiene allo sterminato patrimonio di racconti morali elaborati nei secoli dal mondo arabo, le cui lezioni rivelano però un valore universale. Qui è bollata la stupidità dell’egoismo. Il toro è ben soddisfatto della sua sicurezza, irride la disgrazia altrui e non prevede che la sua sorte fortunata può improvvisamente ribaltarsi. Spesso la cura ottusa del proprio interesse non fa intuire i rischi che ci circondano e, così, ci si ritrova costretti a un amaro risveglio. Liberamente potremmo intuire anche che questo apologo ci ripropone una maggiore sensibilità nei confronti degli altri, alzando almeno per un momento la testa dal proprio ‘particulare’” .
Il messaggio è simile a quello del testo, più conosciuto, attribuito a Martin Niemöller: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto...”. E conclude: “Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare”.
Sono parole semplici ma chiare. Che ci ricordano la complicità del silenzio o della presunzione che molte scelte non ci toccano. Come invocare la Remigrazione. Spendere 500 miliardi nei prossimi anni per le armi. Ricevere in dono una pistola vera al termine del vertice Nato, e portarsela a casa, come se fosse la cosa più normale.
Bene ha scritto il card. Mimmo Battaglia di Napoli, commentando questo episodio della pistola regalata: “Non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla”.


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