La nuova presa di posizione di Vito Mancuso pubblicata il 28 luglio su La Stampa merita anzitutto un ringraziamento. Chiarisce il suo pensiero e alimenta un confronto necessario. È positivo che richiami Agostino, Tommaso d’Aquino, il Catechismo, il Concilio, Kant, Bonhoeffer e Bobbio. Confesso semmai una certa sorpresa: non è consueto, nel suo metodo, fondare con tanta insistenza un giudizio attuale sull’autorità della tradizione ecclesiale. Ma tant’è: proprio quella tradizione domanda di essere assunta come realtà viva, capace di sviluppo, e non come un deposito di risposte già confezionate.
Mancuso ribadisce la formula “etica = valori + situazione reale” e distingue tre posizioni: la guerra come dato permanente; il disarmo unilaterale; una pace perseguita con diplomazia e diritto, restando però armati e pronti a difendersi. Sceglie la terza e considera la pace “disarmata” un ideale regolativo, valido soprattutto per la condotta personale. È qui che la sua analisi mostra un limite: la “situazione reale” viene letta mediante categorie elaborate in epoche nelle quali la capacità distruttiva della guerra non era paragonabile a quella attuale. Agostino e Tommaso non conoscevano l’arma atomica; Kant non poteva immaginare droni autonomi e attacchi informatici alle infrastrutture civili; neppure Bonhoeffer e Bobbio hanno potuto misurarsi con algoritmi capaci di selezionare obiettivi e con la guerra ibrida, che intreccia sabotaggio, disinformazione e cyberattacchi. Non si tratta di liquidare la tradizione, ma di applicarne il criterio più autentico: discernere le “cose nuove”. Se la situazione cambia radicalmente, anche il giudizio morale deve approfondirsi. È questa la svolta indicata dalla Pacem in terris.
Nell’epoca atomica, scriveva Giovanni XXIII, è contrario alla ragione considerare la guerra uno strumento adatto a ristabilire i diritti violati. Prendeva sul serio la novità di mezzi capaci di rendere sproporzionata, incontrollabile e potenzialmente irreversibile ogni escalation. Per questo chiedeva di arrestare la corsa agli armamenti, ridurli simultaneamente e reciprocamente, mettere al bando le armi nucleari e accompagnarlo con controlli efficaci. Non un gesto suicida e unilaterale, dunque, ma un progetto politico e giuridico.
La medesima consapevolezza attraversa Magnifica humanitas e gli interventi raccolti in “Disarmata e disarmante. La pace è un dono”. Leone XIV non abolisce il diritto alla legittima difesa, che riconosce “nel senso più stretto”. Peraltro, sembra del tutto fuori luogo e fuorviante intendere la legittima difesa esclusivamente come risposta armata escludendo tutte le altre vie che la storia meno conosciuta ci ha insegnato a percorrere e che sarebbero da approfondire se fossero poste maggiori risorse al riguardo. Il Papa contesta, però, che tale eccezione diventi una teoria generale della sicurezza e una giustificazione preventiva del riarmo. Il Papa osserva che i sistemi d’arma connessi all’intelligenza artificiale rendono il conflitto più praticabile, comprimono i tempi della decisione e possono sottrarre l’uso della forza al controllo umano. Aggiunge che non è lecito delegare a processi opachi decisioni letali e che nessun algoritmo può rendere moralmente accettabile la guerra.
È precisamente questo che manca nella ricostruzione di Mancuso. Una guerra può iniziare come difensiva e trasformarsi rapidamente in una dinamica senza controllo. Lo abbiamo visto in tanti scenari di guerra e, non ultimo, in Ucraina. La legittimità della causa non rende legittimo ogni mezzo; il diritto a resistere non cancella proporzionalità, distinzione tra combattenti e civili, tutela delle infrastrutture essenziali e obbligo di perseguire una soluzione negoziata. Oggi le popolazioni non sono soltanto vittime collaterali: diventano spesso il terreno sul quale si esercita la pressione militare, economica, informatica e psicologica. Anche questo appartiene alla “situazione reale”.
Perciò la nonviolenza non può essere confinata, come sembra proporre Mancuso, al linguaggio mite del singolo cristiano. Essa è anche metodo politico come ha indicato Papa Francesco nel 2017 con la Giornata mondiale della pace: La nonviolenza stile di una politica per la pace. Prevenzione, resistenza civile, diplomazia, mediazione, diritto internazionale, istituzioni sovranazionali, disarmo reciproco e verificabile.
La pace “disarmata e disarmante” non equivale a lasciare indifesi i popoli, ma a non consegnare la loro sicurezza alla sola minaccia di una forza maggiore. Leone XIV chiama “falso realismo” la convinzione che alternative non esistano e propone istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti e tutela dei civili. Grazie, dunque, a Mancuso per aver reso più netto il confronto. Ma la sua risposta continua a valutare una realtà radicalmente nuova con strumenti ereditati da un mondo che non disponeva dell’attuale potenziale di annientamento. Il cambiamento d’epoca riguarda anche la guerra: i suoi attori, i suoi mezzi, i suoi tempi e le sue vittime. Se davvero l’etica è fatta di valori e situazione reale, non basta ripetere che talvolta la forza armata può difendere la pace. Occorre riconoscere che, nell’epoca nucleare, digitale e algoritmica, è la nonviolenza — organizzata, competente, istituzionale — a rappresentare il realismo più adeguato alla sopravvivenza dell’umanità.