Granitico, il messaggio di Francesco resiste ai secoli e ai cambiamenti. Non a torto, nell’immaginario comune, è diventato uno dei grandi promotori di pace della storia. Di quale pace parliamo esattamente? Quella che affiora dall’adesione radicale al Vangelo, certo, ma per questo scomoda.
La tradizione, a tal proposito, ci ha consegnato un Francesco d’Assisi come uomo dolce, etereo, rassicurante, in dialogo con gli uccelli, in un saio rattoppato con un sorriso che sembra appartenere a un altro mondo. Ma questa icona, per quanto bella e consolatoria, rischia di essere una prigione.

Il Francesco vero che sconvolse gli uomini e le donne del suo tempo, che fece tremare i vescovi, e lasciò i suoi stessi frati sconvolti, venne in gran parte cancellato. Questa parziale rimozione dalla memoria collettiva la dobbiamo al Capitolo generale di Narbona del 1260 che commissionò al dotto Bonaventura di Bagnoregio una nuova biografia del Santo, la Legenda maior. Sarà poi il Capitolo generale di Parigi a disporre che tutte le biografie precedenti fossero distrutte per proporre all’ordine un’immagine univoca del fondatore. Dovevano scomparire i racconti di chi lo aveva realmente conosciuto, i testimoni oculari, doveva rimanere un racconto ufficiale teologicamente ineccepibile per i secoli a venire, un Francesco destinato alla santità fin dal grembo materno, privo di ombre, scatti d’ira, dubbi o gesti scomodi.
Scomodo fu soprattutto in un’epoca di grandi trasformazioni economiche, in cui entrano in maniera prepotente nella scena della storia il dinamismo del mercante, il prestito a interesse e in cui il denaro inizia a diventare la cifra di una di mentalità attraverso cui si iniziarono a misurare le relazioni umane. È poi un tempo di rivalità persistenti all’interno della cristianità, che da qualche secolo aveva iniziato a riconosce nell’altro un “infedele” da combattere, a giudicare come “gente turpe” uomini e donne di altre culture e religioni. La cristianità, al tempo della gioventù di Francesco, è anche segnata da due crociate: quella promossa dall’imperatore Federico Barbarossa (1189-1191) e quella di papa Innocenzo III (1202-1204). A queste dobbiamo aggiungere le sanguinose crociate contro i cosiddetti Albigesi. L’Italia centrale, infine, è turbata dai microconflitti per il potere tra Guelfi e Ghibellini.
La personalità di Francesco irrompe in maniera prepotente nel corso di questa storia, con una Chiesa in affanno. Potremmo citare tanti esempi disseminati nella via santo che raccontano di un modello di vita nonviolento, che poi è sempre quello della radicalità del Vangelo in un Occidente smarrito.
Tra questi ci limitiamo a segnalarne uno che in apparenza tutti conoscono: Francesco, nell’estate 1219 approda a Damietta, in Egitto, dove si presenta al sultano egiziano Al-Malik al Kamil, che lo riceve con onore e lo ascolta con interesse. Però nei racconti dell’episodio troviamo la diversità di sfumatura (fino a un certo punto) con cui si gioca a nostro avviso il vecchio e il nuovo modo di leggere le relazioni umane: nel racconto di Tommaso da Celano, suo primo biografo, e la famosa Legenda Maior di Bonaventura da Bagnoregio, quella imposta dal Capitolo Generale dell’Ordine, diversi anni dopo la morte del santo. Nella Vita prima troviamo un Francesco che dopo i pestaggi, e i maltrattamenti, viene accolto dal Sultano che lo ascolta a tal punto da riconoscerlo come “un uomo diverso da tutti gli altri” (20, 422). È un Francesco che predica con convinzione il Vangelo, ma che non giudica l’Islam, non addita le altre religioni, e in quel silenzio verso la fede altrui dimostra grande rispetto. Qui troviamo quella che potremmo definire la “logica del Ponte”: l’incontro tra i due dimostra la potenza, l’efficacia del dialogo. Un dia-logo che diventa fecondo in quanto vivifica nell’humus della parabola dell’amore, architrave, fondamento delle tre religioni monoteiste, che hanno in Abramo la loro comune radice. Nella Legenda Maior, invece, troviamo un Francesco, “intrepido soldato di Cristo”, provocatore, irriverente, guascone, che sfida i sacerdoti dell’altra religione a camminare nel fuoco (9,1174). Questi ultimi se la danno a gambe levate. Sarà questa seconda versione, presumibilmente frutto della fantasia del Bagnoregio, ad essere utilizzata nell’affresco di Giotto e nelle opere successive, e a diventare popolare. Ma, quest’ultima è anche la versione piegata alla “logica del Muro”. La contrapposizione prevale sull’esigenza della pacifica convivenza.
A maggior ragione che al tempo di Francesco, in un mondo che sembra vivere costantemente sull’orlo di nuove fratture — politiche, sociali, ambientali —, la sua figura emerge ai nostri occhi come un faro di disarmante semplicità e, allo stesso tempo, di sconvolgente radicalità. Parlare di pace, oggi, rischia di diventare un esercizio retorico; viverla, invece, richiede il coraggio di andare controcorrente. È proprio qui che Francesco diventa attuale.
La sua pace era un atto di rottura con le logiche del mondo e il desiderio di potere. Francesco scelse di disarmarsi non solo dalle armi materiali, ma anche da quelle invisibili: l’orgoglio, il rancore, la paura dell’altro. La sua radicalità stava nel non fare sconti alla logica del potere e della vendetta, nel credere che la fraternità fosse possibile persino con chi era considerato nemico. La spoliazione, con la quale iniziò la sua nuova vita, da questo punto di vista già ci dice tutto. Il corpo nudo davanti al vescovo, al padre Bernardone e alla comunità di Assisi, volle essere un allontanamento da ogni forma di possesso, da ogni identificazione dell’essere umano con i suoi averi. Il corpo non era un involucro di cui disfarsi, un peso ostile allo spirito, come nella tradizione platonica e in parte del monachesimo.
La radicalità francescana ancora ci interroga: siamo disposti a rinunciare a un pezzo della nostra sicurezza per costruire ponti? Siamo pronti a mettere in discussione il nostro stile di vita per una pace che non sia solo tregua, ma giustizia? La pace di Francesco è un cammino che chiede di spogliarsi, di ascoltare, di riconoscere l’alterità dell’Altro.
Forse, la sua attualità sta proprio qui: nel ricordarci che la pace non si eredita, si costruisce ogni giorno, e che la sua radicalità è coerenza. Se preso sul serio, mette in crisi il nostro modo di vivere, di pensare e di esercitare il potere. La sua pace rifiuta di costruirsi sulla paura o su “l’equilibrio del terrore”, e invece si fonda sulla fraternità universale: uomini, donne, poveri, potenti, animali, perfino il vento e la pietra. Una pace che non si compra e non si negozia, ma si vive, anche quando costa tutto.
E qui entra in gioco la tentazione del potere. Francesco l’ha conosciuta bene: il potere di comandare, di essere ascoltato, di influenzare. Ma ha scelto di svuotarsi, di non possedere nulla, nemmeno la propria immagine. Ha rifiutato di diventare un leader nel senso mondano del termine, perché sapeva che il potere, anche quando nasce con buone intenzioni, tende a piegare la pace alla propria utilità. Il vero Francesco oggi ci sfida, non con la sua dolcezza, ma con la sua libertà, quella che gli permetteva di chiamare fratello il sole, sorella la luna, madre la terra, e di liberarsi di tutto se non del possesso di Dio.

Nel numero di ottobre di Mosaico di pace è pubblicato un articolo di Tonio Dell'Olio: "Assisi, dopo 40 anni". Dall’appuntamento interreligioso di Giovanni Paolo II ad oggi: l’incontro delle religioni e la necessità di dialogo. L'articolo si potrà leggere online, anche da coloro che non sono ancora abbonati, a partire dal 10 ottobre. 


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