Non c'è bisogno di scomodare i proverbi cinesi per comprendere che in una sala affollata in cui va via la luce, chi accende un fiammifero conta molto più di 100 persone che protestano. Personalmente credo sia importante accendere subito una luce e poi illuminare la verità per capire se ci sono delle responsabilità e se occorre cambiare un sistema che sembra essere incline a generare il buio. Sembra che questo ragionamento sia alla base dell'appello "Non spegniamo le luci sulla strage in Congo" che compare su www.change.org a opera di chi da anni si rimbocca le maniche (ha acceso fiammiferi) senza smettere però di richiamare l'attenzione sulla guerra colpevolmente dimenticata nella Repubblica Democratica del Congo. Per loro, come per molti di noi, le vittime hanno nomi e volti con affetti e storie personali, progetti di vita e speranze da realizzare. Per questo si sollecitano governi e autorità a non pensare al Congo come a una mucca da spremere per ricavarne materiali preziosi e indispensabili alla nostra tecnologia, ma piuttosto come a una terra che cerca pace. Quanto sia profonda la ferita l'abbiamo forse compreso nei giorni scorsi in cui l'opinione pubblica è stata toccata dall'uccisione dei nostri connazionali. Che sia quella ferita a muovere i nostri passi a difesa di popolazioni inermi, vittime di appetiti e sfruttamento, costrette a subire in silenzio. Diamo loro la voce e firmiamo.