Ciascuna e ciascuno con le proprie storie. Amici, parenti, vicini di casa ma, a volte, anche la propria esperienza personale.

Di un orizzonte ristretto a una stanza o di un mondo visto attraverso una mascherina d'ossigeno e col pensiero che ti tortura la mente: sopravviverò? Si tratta di distanziamenti forzati e improvvisi che provocano emorragie d'anima, di baci affidati allo schermo di un telefono e di silenzi colmi di angoscia. E poi delle speranze riposte in un sistema sanitario che arranca confuso e incerto. Una storia fatta di storie che segnano il cammino di un anno. Covid è una parola che nemmeno conoscevamo e gli scienziati consideravano come infezione mortale africana. Ha sgomitato tra le altre parole e si è piazzata sul palcoscenico a torturare quotidianamente la mente di tutti gli spettatori. Ma qui nessuno è spettatore e siamo tutti chiamati a ripescare dal profondo fede ed energie nuove e a rivedere in fretta la lista delle cose che contano. Poi ti accorgi che ci sono prepotenze, arroganze e cinismi che non si piegano nemmeno davanti al rischio e giocano d'azzardo. Forse la normalità che molti desiderano contempla anche piccole furberie, imbrogli e ruberie. Tutti illusi (o convinti) che "tanto non capiterà a me". E allora la preghiera non è solo che passi, ma che ci cambi dentro, ci metta nudi di fronte a noi stessi, ci riduca a ragione. Ci faccia ascoltare il mare in una mascherina come fosse una conchiglia.