Quanta giusta apprensione nel voler conoscere le condizioni del piccolo Eitan, il bambino sopravvissuto alla tragedia del Mottarone!

Hanno interrotto la sedazione indotta, ha aperto gli occhi, ha ripreso a respirare autonomamente, ha visto il volto conosciuto della zia. A quel respiro sembra essere annodato, come il filo sottile di un aquilone, l'umanità intera. Il battito del cuore di quel bambino ci appare come il ritmo che scandisce la vita del mondo. È scritto nel Talmud di Babilonia: "Chi salva una vita salva il mondo intero". Una vita non è una parte, un frammento, una scheggia di vita, ma il tutto. Ogni vita. Perché non c'è una vita che vale di meno di un'altra e quella di Eitan non vale di più di quella del bambino riverso nella sabbia di una sponda libica. Anche lì siamo stati sconfitti e dobbiamo chiedere perdono a lui, ai suoi genitori, al suo popolo, all'umanità intera. Il respiro di Eitan e dei suoi fratelli interroga la nostra esistenza, le nostre scelte, i nostri stili di vita, la classifica delle cose che contano per noi. "Non abbiamo ereditato questo mondo dai nostri genitori, l'abbiamo preso in prestito dai nostri figli". Che queste parole le abbia coniate Baden Powell o gli indiani d'America, importa poco. Noi oggi le ascoltiamo sussurrate nel respiro di Eitan.