Mi capita spesso di soffermarmi a pensare a tutto il bene che si fa. È molto più del male. Si tratta di gesti e segni impercettibili, di scelte e azioni senza clamore, di sostegni e servizi offerti senza richiesta, senza riconoscimenti, senza ricerca del consenso.

Un tratturo di campagna ripulito dai rifiuti abbandonati, un vicino di casa da assistere perché temporaneamente immobilizzato da un piccolo incidente, un appartamento sfitto messo a disposizione di uno straniero da accogliere, ovvero di una persona che ne ha bisogno… È il bene che non fa rumore e che, in silenzio, tiene a galla l'universo. Tanto che mi si insinua il dubbio che forse il silenzio qualifica il bene. Quell'altro è un'altra cosa. Quell'altro, quello istituzionale, non lo riconosciamo nemmeno più, dal momento che lo definiscono con una parola inglese, welfare. Il bene di cui parlo, chi deve capirlo lo capisce benissimo. E non è nemmeno organizzato in forme associative da terzo settore. Si fa e basta. Con la spontaneità del vivere, del respirare, dell'abitare. Nella vastissima provincia italiana, ad esempio, qualcuno si meraviglia della meraviglia perché è considerata cosa normale. Se ne sorride perché non si capisce la ragione per cui il piatto di minestra in più per il vicino anziano che vive da solo, desti tanto scalpore o semplice attenzione. "E che cosa significa carghìv" mi chiede Maria quando le dico che questa è la sua qualifica? "Caregiver", Maria, caregiver.