Camminare non è un invito al dinamismo efficientista di chi dice che "chi si ferma è perduto" ma piuttosto il desiderio di dare gambe alla curiosità gentile.

Camminare è rifiutarsi di attendere che il mondo ti passi davanti ma andare a scovarlo per guardarlo negli occhi, per scoprire che ha un nome ed è capace di piangere e sorridere. È l'atto di muoversi con la sapienza di chi sa poggiare un piede dopo l'altro senza forzare l'avvenire, ovvero ciò che avviene. È imparare ad attendere in un altro modo e a sfidare l'incontro a metà strada. Non è semplicemente rifiutarsi di restare fermi. È vitale a tal punto che c'è un istinto a camminare anche per chi fosse inchiodato al letto di una malattia o di una disabilità. Ecco, disabile è piuttosto chi si rifiuta di andare. In una delle mille forme possibili. Chi si arrende all'immobilità, paralizzato dalla pigrizia, dalla rassegnazione, dal dolore, dalla paura. Camminare per digerire i pensieri e per costringersi a guardare avanti e davanti. È adottare sempre nuovi punti di osservazione per camminare anche con gli occhi e non solo con i piedi. Andare a capire cosa guardano gli altri, prendere in adozione, almeno temporanea, un altro punto di vista. Un ottimo esercizio di pluralismo e accoglienza, più che di mera tolleranza. Perché se si può andare persino restando fermi, è possibile anche muoversi senza andare affatto. E questa sarebbe l'ipocrisia dei passi falsi. Invece è bello andare. Andare davvero.