Viviamo nel frattempo. Ovvero nel frammento del tempo. È un tempo debole, passeggero, povero. Questo è stato vero in ogni epoca, ma avviene molto più oggi, nell'evo delle mutazioni rapide, delle informazioni in tempo reale, degli sguardi fugaci e delle relazioni immediate.

È il tempo della scia delle immagini che vedi dal finestrino in corsa del treno o dell'auto lanciata in autostrada. Il frattempo rischia sempre di generare il dubbio e la curiosità del "cos'era?". Ma il frattempo in realtà è un Giano bifronte che dice un'adesione senza fughe e senza distrazioni e può indicare la banalità di un fotogramma che si dimentica subito o di un passaggio senza grande importanza. È anche parola giusta del multitasking in cui si sta compiendo un'azione e "nel frattempo", ovvero contemporaneamente, ne fai un'altra. Il frattempo è l'unica zona del tempo che posso abitare e per questo merita tutto il rispetto, l'attenzione, la fedeltà del mio essere. È in esso che si può mimetizzare un appello, una chiamata, una provocazione, un segnale, l'irrompere di una cosa nuova e, addirittura, dell'amore. Per questo dobbiamo diventare protagonisti del frattempo prima e più che del tempo. Perché è quello il palcoscenico della vita sul quale siamo chiamati a recitare la nostra parte. Senza infingimenti e senza doppiaggio. Senza pensare, nel frattempo, a un altro luogo e a un altro tempo perché è quello lo spicchio del momento che ci è dato di vivere.