Quando abbiamo salutato Leopoli, nevicava abbondantemente. Un lenzuolo bianco sembrava coprire ogni cosa. Come un unguento sulle ferite. Come un gesto pietoso sulla tragedia della guerra. Non si trattava della magia incantata dei fiocchi di neve ma quasi di un gesto di pietà.

Questi giorni che ci hanno permesso di oltrepassare il confine della normalità per toccare i drammi della guerra, ci hanno confermato che la volontà, il desiderio, l'anelito della gente è verso una normalità da recuperare senza sirene che squarcino i rumori quotidiani, senza corse verso i rifugi, senza i battiti aumentati nel petto. "Stop the war – Facciamo la pace" è azione normale tra fratelli e sorelle: nessun gesto dimostrativo, nessun delirio. Semplicemente la volontà di abbracci che attraversino i confini e di gesti di pace. Un segno. Ancora una volta un segno che indichi una direzione e dica che è possibile che i popoli si prendano in carico il loro destino disobbedendo alla logica della guerra e che la pace si costruisce senza armi. Che da Gesù Cristo in poi, da San Francesco in poi, da Gandhi in poi, da Martin Luther King in poi, dallo spirito di Assisi in poi, da Papa Francesco in poi, non c'è altra parola con cui si possa scrivere una storia nuova se non quella della nonviolenza. Altrimenti le paci siglate dai potenti saranno tregue di cenere che nascondono dolore e morte. E fuoco. Meglio la neve che ci siamo lasciati alle spalle come una profezia di umanità che tutto copre per far rinascere.


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