Il nonviolento adotta lo sguardo dell'oltre e non si lascia crocifiggere dalle semplificazioni adottate a scorciatoia dei problemi complessi, dalla guerra elevata a realismo, dalla morte travestita a destino ineluttabile. Il nonviolento si ribella alla logica binaria che dice violenza o resa.

È esattamente in quella spianata che va dall'uso della forza alla resa senza condizioni, che si collocano i mille gesti di ribellione tanto all'una quanto all'altra. La nonviolenza è profezia ma non per questo manca di aderenza alla realtà. La prateria tra violenza e resa è affollata da chi organizza l'accoglienza di chi scappa, da chi distribuisce aiuti umanitari in Ucraina, da chi sta in sala operatoria a porre un qualche rimedio alle ferite della guerra, chi gioca con i bimbi dagli occhi impauriti, così come da chi rischia la vita per raccontare la verità e l'orrore, da chi sta parlando alle coscienze dei cittadini russi, chi nasconde in casa un giovane obiettore di Mosca che ha lasciato tank e divisa lungo la strada per Mariupol e da quel giovane stesso che ha fatto prevalere la forza della ragione sulla ragione della forza, da chi partecipa ad azioni di pace in luoghi di guerra, chi ha deciso di restare accanto ai propri fratelli e alle sorelle pur potendo mettersi in salvo oltre i confini, da chi in ogni scuola del mondo sta insegnando a resistere all'istinto della violenza, alle microguerre quotidiane, al primato delle cose sulle persone. La nonviolenza è tutt'altro che minoritaria. È piuttosto una folla che ha già cominciato ad abitare il futuro.


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