E a questo punto non ci resta che fare come fanno i poveri, i senzavoce, i disarmati. Preghiera e digiuno.

Col lusso di poterli scegliere – entrambi – senza subirli, ma almeno per lasciarci colpire un poco nel corpo. Giusto il tempo di affidare al cielo una speranza. O forse per dire alle lacrime di irrigare una terra gravida del tempo nuovo. È l'ora di ritrovare le frequenze d'onda del dolore dell'altro. Perché è il dolore e la sofferenza che ci schierano dalla stessa parte e ci rendono famiglia, famiglia umana. Sempre troppo tardi scopriamo che il sangue ha lo stesso colore a ogni latitudine umana. Digiuno e preghiera, allora, come ingredienti di un unico impasto che raccoglie anche le briciole della disperazione degli altri che è parente stretta della nostra. Non l'evasione di un volo che ci allontani dalla terra fradicia di lacrime e sangue. Piuttosto una responsabilità che germoglia dal centro di noi stessi per dire basta. E per aiutarci a scorgere un accenno di luce, un barlume, nella tenebra dell'ingiusta condanna del male che sembra tatuata sulla pelle dei poveri. Riuscire a gridare il nome di Dio.


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