Solo una grave malattia dell'anima e del cervello può esercitarsi a distinguere e a ridurre a classifica il dolore e le sofferenze dei kibbutz e di Gaza.

Se guardi con gli occhi delle vittime non c'è distinzione tra quello che chiamiamo terrorismo e ciò che definiamo guerra. Il risultato è il medesimo. Non esistono vite di serie inferiore. Ed è per questo che il vento spinge il grido verso ogni confine e attende che qualcuno sia disposto ad ascoltarlo. Nemica è la violenza e non il colore di un'uniforme, un grido di battaglia, una bandiera inutilmente dispiegata al vento. Disumano è l'accanimento spietato sui corpi inermi, indifesi, innocenti. E non vi può essere alcun nobile motivo a renderlo compatibile con un sentimento che somigli a qualcosa di umano. E poi perché? Perché questa gara degli orrori, il conteggio del numero dei morti, le distruzioni senza fine? Ognuno vendica qualcosa e qualcuno. E forse ci vuole più coraggio a fare la pace. A fermarsi, a ragionare, magari a piangere. Nel tentativo di lavare almeno il sangue se non si può più eliminare il dolore.


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