Al cospetto della tragica vicenda di Beniamino Zuncheddu mi sono chiesto come si fa a rimanere reclusi per 32 anni da innocente e a non impazzire.

Penso alla mente che si sofferma ossessivamente sempre sugli stessi particolari del giorno dell'arresto, l'ultimo giorno di libertà. Penso alle parole della condanna definitiva che gli sono rimaste scolpite dentro a fuoco. Penso ai pensieri sui "perché proprio io", "perché proprio a me". Penso agli affetti da cui sono stati tranciati di netto gli abbracci e i sorrisi, il pranzo della domenica e i Natali in famiglia. Sì, come ha fatto Zuncheddu a non impazzire? Che cosa gli ha lasciato in vita quella serena lucidità che traspare anche di fronte ai microfoni che lo intervistano e all'intero paese che gli fa festa? Non lo so. Non riesce a dirlo nemmeno lui. È una persona semplice. E forse è proprio questo modo di accogliere la vita dei giorni con il peso quotidiano e le vicende ordinarie e straordinarie che hanno mantenuto in vita quest'uomo. Per noi, mendicanti di frammenti di felicità, Zuncheddu è un maestro di vita che non troveremo sulle cattedre e non logorerà le parole.


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