La chiamano civiltà dell'immagine. Ed è vero, ci nutriamo di tutte le immagini che ci vengono servite negli schermi piccoli e grandi,

in rete e in televisione e da ogni angolo della nostra vita quotidiana. Sembra quasi che non averne provochi crisi di astinenza e allora avvertiamo quella pulsione primitiva di sbirciare dalla serratura che oggi è diventata "panottico" ovvero voyerismo sfrenato che ci porta in casa la vita altrui. spiata dalle videocamere ormai diffuse in ogni angolo di esistenza. E avviene così che ci passa davanti agli occhi anche il video di una giovane mamma che abbandona la sua tenera creatura nel corridoio di un ospedale. Non chiedetemi a cosa serve mettere in piazza le mille domande e le incertezze, la gravità e forse il dolore, di quella donna e del frutto del suo grembo perché non vi è una risposta che un operatore onesto dell'informazione sappia fornire senza mordersi la lingua. È un'offesa alla dignità e al silenzio, ai passi sospesi di una ragazza e alle sue mille domande disperate. Quelle immagini potrebbero servire per un'indagine se si ravvisasse un reato, ma esporle impudicamente ricorda i manifesti western con wanted scritto a caratteri cubitali.


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