Continuano a morire nel Mediterraneo quelli che cercano speranza. Continuano a morire anche dopo l'accordo con i libici che li costringerebbe a soffrire o morire su terra ferma.

Quell'accordo rende solo più difficile e più costosa la traversata della speranza o della disperazione con l'apertura di nuove rotte e tanti ringraziamenti da parte delle organizzazioni criminali che le nostre leggi restrittive e gli accordi di quel tipo paradossalmente favoriscono e sostengono. Per questo l'altra notte sono morte tante persone salpate dalla Tunisia e speronate da una nave da guerra di quello stesso Paese. E infatti gli osservatori contano che nell'ultimo mese sono partiti oltre 1.400 persone dai porti tunisini. Nei primi otto mesi dell'anno ne erano partiti esattamente 1.357 cui va aggiunto un 20/30% degli “sbarchi fantasma” in Sicilia di cui non vi è traccia. Perché l'emigrazione (dall'Africa, dall'America Centrale, in Asia...) è un fatto epocale e ci si illude di poterlo fermare con un provvedimento. Quando con i migranti parli dei rischi delle traversate del deserto e del mare, spesso ci si sente rispondere che non fa molta differenza morire di fame, di guerra, di diritti negati o di migrazione. Si tratta di una roulette russa in cui è fin troppo semplice scegliere tra morte e morte o tra morte certa e quella flebile possibilità di farcela ad arrivare.