Nei giorni scorsi ci siamo trovati ad esultare per le medaglie conquistate da italiani nell'atletica leggera europea e mondiale.

Sempre più spesso ci rendiamo conto che si tratta di ragazzi con la pelle scura. Scrive oggi Mauro Berruto su Avvenire (p. 15) "Mi chiedo quanto fotografie come quelle che stanno circolando in questi giorni, con ragazzi felici che sventolano la nostra bandiera, servano ancora per aprire una discussione seria e non ideologica sullo Ius soli, lo Ius culturae, lo Ius scholae e su ogni forma possibile di rispetto del diritto di cittadinanza. Sia chiaro: lo sport, anzi, qualsiasi talento, non può essere l'acceleratore di un diritto, perché un diritto è un diritto. Punto. Ma proprio per questa ragione non è più rinviabile una discussione seria circa quel milione di minori, nati in Italia o arrivati qui, che parlano con accento dialettale, che sono i compagni di classe e di sport dei nostri figli, ma che non possono essere italiani fino al raggiungimento del diciottesimo anno di età. Lo sport è spesso un acceleratore di coscienze, e quei campioni con la maglia azzurra ci ricordano che dobbiamo pensare a tutti quei ragazzi e ragazze che magari hanno talenti diversi: nell'architettura, nell'arte, nell'ingegneria, nella medicina, nella poesia. E ancor di più dobbiamo pensare a coloro che un talento non ce l'hanno, o non l'hanno ancora trovato".


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