Questa Italia distratta forse nemmeno si accorge del carico di dolore che la bisaccia della memoria si porta in seno. Oggi a Roma sfilano le madri, i fratelli, le sorelle, i figli di quelli che hanno dato la vita per un Paese più onesto. Sono quelli che non hanno ceduto né alle lusinghe, né alle minacce e, per questo, hanno pagato il prezzo più alto.

Senza retorica diciamo che il loro sangue ha irrigato la libertà almeno quanto quello dei partigiani in un'unica grande resistenza. Ora siamo noi che dobbiamo imparare a riconoscere la presenza delle mafie che oggi si presentano più con la lusinga che con la minaccia. Ora siamo chiamati ad affinare lo sguardo perché a volte chiamiamo sapiente capacità imprenditoriale ciò che è mafia oppure continuiamo a cercarla nelle pagine della cronaca mentre occupa saldamente i titoli delle pagine economiche. Abbiamo imparato a riconoscere storicamente la guerra della mafia ma non riusciamo a chiamare per nome la mafia delle guerre che servono a portare soldi all'immenso oceano dell'industria delle armi. E non riusciamo nemmeno a chiamare con nome la mafia dell'informazione che ogni volta si scaglia contro chi toglie il velo dell'ipocrisia sanguinaria che condanna a morte per fame, malattia e violenze. Succede così a papa Bergoglio vittima di questa mafia diffusa che non si riconosce in un clan ma nella stessa mentalità.


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