Alla fine del diciannovesimo secolo le potenze coloniali europee si riunirono a Berlino per spartirsi l’Africa. 

Fu lunga e dura la lotta per il bottino coloniale, le foreste, i fiumi, le montagne, il suolo, il sottosuolo, finché le nuove frontiere furono disegnate e nel giorno di oggi del 1885 venne firmato, “in nome di Dio l’Onnipotente”, l’Atto Generale. 

I padroni europei ebbero il buon gusto di non menzionare l’oro, i diamanti, l’avorio, il petrolio, il caucciù, lo stagno, il cacao, il caffè, e nemmeno l’olio di palma; 

proibirono che la schiavitù venisse chiamata col suo nome; 

chiamarono “società filantropiche” le imprese che fornivano carne umana al mercato mondiale; 

avvisarono che agivano mossi dal desiderio di “favorire lo sviluppo del commercio e della Civiltà” 

e, se ci fosse stato qualche dubbio, chiarirono che agivano preoccupati di “aumentare il benessere morale e materiale delle popolazioni indigene”. 

Così l’Europa inventò la nuova geografia dell’Africa.

Non c’era nessun africano, neanche per sbaglio, a quel summit. 

(da Edoardo Galeano, I figli dei giorni, Sperling & Kupfer, p. 68)


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