Fu singolare la maniera in cui incontrai Mons. Riboldi per la prima volta. Era stato già nominato vescovo di Acerra e, per questo aveva lasciato (ma mai abbandonato) il Belice.

In quella terra bella, feconda ma sottomessa al potere della Camorra cutoliana, cominciò ad annunciare il Vangelo degli ultimi e della giustizia denunciando nello stesso tempo lo scempio di dignità che avveniva quotidianamente. Questo lo fece considerare un vero e proprio avversario dei clan. E così avvenne che, ancora giovanissimo partecipai a un convegno sul tema delle condizioni di vita dei detenuti che si teneva nel carcere di Bellizzi Irpino (Av) dove Riboldi era stato invitato come relatore. Sta di fatto che non riuscì a parlare perché bruscamente interrotto da fischi, urla e contestazioni degli stessi detenuti. E uno di questi dal palco lesse un documento (a quei tempi si usava così) dove si spiegavano le ragioni per cui la presenza di Mons. Riboldi non era gradita. Un detenuto con cui ero in confidenza mi fece sapere che dall'esterno del carcere era arrivato l'ordine di non farlo parlare. Sta di fatto che Riboldi salutò in buona maniera e andò via. In quel momento compresi che l'azione di quel vescovo era realmente efficace, colpiva nel segno, dava fastidio. Insomma era secondo il Vangelo di Cristo. Ringraziamo il Dio della vita per avercelo donato.