Nella giornata dei diritti umani che si celebra a distanza di 77 anni da quel 10 dicembre 1948 in cui la dichiarazione venne proclamata dalle Nazioni Unite, non abbiamo altro pensiero che quello di violazioni estese, continue e dolorose.

Si piangono lacrime di sangue a pensare alla condizione delle donne nel mondo e ai loro legittimi diritti violati sempre, dappertutto, in ogni guerra, sui marciapiedi, nelle case che da rifugi si trasformano in prigioni e torture, negli angoli bui in cui si nascondono codardi i figli del patriarcato più violento, nel mondo in cui i bambini cercano un seno e lo trovano silente o laddove la scuola, la sanità, il divertimento e gli abbracci vengono negati a un corpo segregato nel burqa e a un’anima che niente e nessuno possono velare. Penso alle galere in cui la dignità è calpestata come uno zerbino, lontano dalla vista dei benpensanti e dove la tortura diventa sistema tollerato dalla maggioranza come protesi del disprezzo verso chi ha sbagliato o sul corpo di chi dissente, obietta o semplicemente protesta. E sarebbe un tradimento della dichiarazione se oggi non volgessimo un pensiero a coloro cui viene negato il diritto a salvarsi dalla guerra o dalla fame e viene respinto, rimigrato, deportato secondo gli aggiornamenti della dottrina “umanitaria”. Quanti dormono il sonno esterno nel fondo del Mediterraneo, ai confini del Messico, nei cammini disperati tra l’Afghanistan e la salvezza? E non sono che uno scampolo del campionario fitto. 


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