Ci sono momenti in cui l’indignazione non è retorica, ma responsabilità morale. È il caso del progetto dell’Amministrazione Trump di espandere la detenzione degli immigrati in enormi strutture che i vescovi americani non esitano a definire per ciò che sono: campi di prigionia.

“Il pensiero di tenere migliaia di famiglie in enormi capannoni dovrebbe mettere alla prova la coscienza di ogni americano”, ha denunciato il vescovo Brendan Cahill, ricordando che “qualunque sia il loro status migratorio, queste persone sono esseri umani creati a immagine e somiglianza di Dio”. Spendere 38 miliardi di dollari per rinchiudere persone che nella maggioranza dei casi non hanno commesso reati, spesso famiglie, significa trasformare la disumanizzazione in politica pubblica. A questa deriva si oppone la voce unitaria dei pastori delle Americhe: “Nessun migrante è straniero per la Chiesa” e “in chi abbandona la propria terra riconosciamo un fratello, una sorella, il volto di Cristo che cammina” (Lucia Capuzzi). La migrazione, ricordano, “non può essere ridotta a una questione politica o economica”, ma interpella la coscienza delle nazioni. Qui non è in gioco solo il destino dei migranti. È, come avvertono i vescovi, l’anima stessa dell’America.


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