Nelle carceri israeliane e nei centri di detenzione militare, il trattamento dei detenuti palestinesi è diventato un buco oscuro della guerra.
Ong indipendenti israeliane descrivono un peggioramento “sistemico”: pestaggi e umiliazioni, privazione del sonno, sovraffollamento, scabbia e cure carenti; nelle testimonianze compaiono anche violenze sessuali e una quotidianità segnata da fame e isolamento. Un tassello viene dal giornalismo investigativo di Shomrim: le “misure d’emergenza” riducono ulteriormente contatti e attività dei “security prisoners”. Non sono garantiti trasparenza e controlli esterni. Il peggio viene vomitato dalla bocca del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir: ha rivendicato l’inasprimento delle condizioni e ha invocato l’esecuzione dei prigionieri (“un colpo alla testa”) e “cibo minimo” solo per farli sopravvivere. Il rischio – denunciano le ONG – è che la detenzione scivoli verso una punizione collettiva, incompatibile con il diritto internazionale e con la dignità umana. Il disegno di legge per l’introduzione della pena di morte per i palestinesi accusati di terrorismo è già stato approvato in prima lettura dalla Knesset. Nei giorni scorsi una ventina di coloni è stata invitata per un tour in carcere. Un «safari», lo definiscono sui social media, per “apprezzare” i trattamenti disumani e degradanti sofferti da decine di migliaia di palestinesi. Il tour è finito con un pranzo e il dessert.