In Afghanistan la legge è diventata il volto della paura. Il nuovo decreto firmato dal leader talebano Hibatullah Akhundzada sancisce un passo ulteriore nell’annientamento dei diritti delle donne: punizioni più severe per il maltrattamento degli animali che per la violenza domestica contro le donne.
Una norma che, come ha denunciato Susan Ferguson, rappresentante speciale di UN Women in Afghanistan, elimina di fatto l’uguaglianza tra uomini e donne davanti alla legge. Nel Paese che molti osservatori definiscono ormai il cimitero dei diritti umani, le donne vengono spinte ai margini dell’esistenza: niente università, lavoro limitato, libertà di movimento negata senza un tutore maschio. Il decreto, composto da 119 articoli, permette persino ai capifamiglia di infliggere punizioni corporali dentro casa. Paradossalmente un uomo che picchi la moglie fino a farla sanguinare rischia appena quindici giorni di carcere, e solo se la donna che denunci riuscirà a provarlo davanti a un giudice uomo; una donna che visita un familiare senza permesso rischia tre mesi di prigione. Per Volker Türk, alto commissario Onu, è una forma di apartheid di genere. Mentre ci avviciniamo alla Giornata internazionale della donna, l’Afghanistan ci ricorda che la dignità delle donne non è una conquista definitiva, ma una frontiera fragile che chiede coscienza, voce e coraggio. Oggi più che mai. (Fonte: Anna Lisa Antonucci, in “L’Osservatore Romano” del 4 marzo 2026)