Il giorno dopo l’otto marzo tutto sembra essere ritornato al proprio posto. La condizione delle donne in Afghanistan e in Iran non è cambiata affatto. Anche i giornali d’occidente hanno voltato pagina con una folata di vento.
E il patriarcato dalle nostre parti è tutt’altro che sconfitto. La parità salariale è lungi da realizzarsi. La conclusione delle favole continua a essere al maschile: “Vissero tutti felici e contenti”. Per questo ha ragione chi chiede l’abolizione dell’accento: non l’otto marzo la “Lotto marzo”. Quella giornata dev’essere piuttosto la messa in moto di un impegno per un’educazione altra, per un’altra pressione della comunità internazionale, per un’altra politica economica. Perché – riconosciamolo – siamo patriarcali dentro. E lo sono anche alcune donne, perché il patriarcato è mentalità radicata e diffusa, antica e ostinata che plasma sguardi e gesti che non guarda in faccia a nessuno. Ci abita. Per liberarcene avremmo bisogno di essere rivoltati come calzini e poi rammendati. Non basta un rametto di mimosa! Lo sguardo nuovo comincia solo quando un uomo comincia a persuadersi che le donne sono molto più belle di quanto il suo occhio abbia saputo vedere finora.