Nessuna rivelazione sensazionale se dico che l’arte e la cultura sono un pilastro nella costruzione della pace. Giocano un ruolo insostituibile e fondamentale per creare coscienze nuove, per scavare più a fondo nelle ragioni delle macerie e nei sentimenti della gente, nello svegliare le intelligenze e imprimere il coraggio di fare passi avanti.

In questi giorni penso al regista iraniano Jafar Panahi che da anni contrasta il regime iraniano con la forza nonviolenta della sua genialità cinematografica. In questi giorni è negli Usa per presenziare alla notte degli Oscar. Quel capolavoro che è il film Un semplice incidentegià palma d’oro a Cannes, è candidato nella cinquina come miglior film internazionale e a quella per la migliore sceneggiatura originale, nomination condivisa con Mehdi Mahmoudian che in gennaio è finito in carcere per aver firmato una lettera aperta di protesta contro il regime insieme ad altri intellettuali e allo stesso Panahi, condannato in contumacia. Inutile dire che faccio il tifo per loro. In una recente intervista il regista ha detto che sarebbe stato più giusto che Khamenei avesse subito un processo piuttosto che essere ucciso. Non riesce a festeggiare per questo. Avverto le sue parole come più autorevoli di tante altre, pulite. Da Oscar.

 


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