Più di cento bambini uccisi in Libano non sono un “effetto collaterale”. Sono nomi spezzati, quaderni rimasti aperti, letti vuoti, madri inchiodate a un urlo che non finisce.

Nel sud del Paese, sotto i bombardamenti israeliani, intere famiglie hanno dovuto lasciare la propria casa in pochi minuti, afferrando una coperta, un documento, un figlio per mano e un altro in braccio. Dal cielo, insieme alle bombe, sono piovuti volantini israeliani di minaccia: andatevene, o il Libano farà la fine di Gaza. È così che la guerra entra nelle case: non come una parola astratta, ma come una porta sbattuta dal terrore, come il pane lasciato sul tavolo, come una fotografia di famiglia che non si riesce a salvare. Noi facciamo fatica a capire la guerra perché la guardiamo da lontano, come fosse una cronaca e non una carne ferita. Dovremmo chiudere gli occhi e provare a esserci: sentire il rombo sopra la testa, il bambino che chiede dove dormiremo stanotte, l’umiliazione di fuggire senza sapere se resterà ancora una casa a cui tornare. Solo allora comprenderemmo che la guerra non è strategia: è l’abolizione dell’infanzia, è la profanazione della vita, è il crollo dell’umano.


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