Chiamatelo pure “patriarca”, ma abbiate il coraggio di rovesciare la parola. Perché Giuseppe di Nazareth non ha nulla a che vedere con il potere maschile che oggi si traveste da tradizione. Il suo patriarcato non domina: custodisce. Non impone: ascolta. Non possiede: ama.

È fatto di silenzio, di sogni che arrivano di notte, di mani sporche di lavoro e di cuore disarmato davanti al mistero. Se davvero potesse parlare, Giuseppe sconfesserebbe senza esitazioni il nostro patriarcato: quello che pretende di dire Dio al maschile, che misura la forza nel controllo, che chiama autorità ciò che spesso è solo paura. Lui, invece, ha imparato accanto a Maria l’arte più difficile: fidarsi dell’impossibile. E sì, diciamolo pure: quell’arte che troppo in fretta liquidiamo come “roba da femminucce”. Forse oggi Giuseppe ci prenderebbe per mano, uno a uno, e ci porterebbe nelle scuole, nei cantieri, nelle case, a reimparare la grammatica dell’amore: rispetto, libertà, reciprocità. Ci insegnerebbe che amare non è trattenere, ma lasciare fiorire. Che nessuno è proprietà di nessuno. E allora, in questa festa del papà, non celebriamo un ruolo: convertiamo uno sguardo. Preghiamo per i maschi, sì — perché imparino a diventare uomini senza armature, padri senza dominio, compagni senza paura. La paternità – quella vera – non è un titolo, è una rivoluzione interiore.


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