C’è qualcosa di profondamente scandaloso nei dati dell’ultimo rapporto dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI). Nel 2025 la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.887 miliardi di dollari.

Una montagna di risorse che cresce mentre aumentano guerre, paure e instabilità. Non è una risposta alla crisi: è parte della crisi stessa. A colpire non è solo l’entità, ma la direzione: oltre metà della spesa concentrata tra Stati Uniti, Cina e Russia; un’Europa che accelera con un +14%, segnando la crescita più rapida dalla Guerra fredda; l’Italia pienamente dentro questa spirale. E mentre l’Ucraina destina il 40% del proprio Pil alla guerra, si consolida un modello globale che investe nella forza invece che nella pace. Il paradosso è evidente: più armi, meno sicurezza. Lo dicono i fatti, prima ancora delle analisi. I conflitti aumentano, si espandono, si cronicizzano. Eppure si continua a finanziare ciò che li alimenta, in un circolo vizioso che sottrae risorse alla sanità, all’istruzione, alla lotta contro le disuguaglianze e la crisi climatica. Questo non è realismo politico: è una resa culturale. È l’abbandono dell’idea che la pace si costruisca con la giustizia, il dialogo e la cooperazione. Davanti a questi numeri, lo sconcerto non basta. Serve una presa di coscienza collettiva: continuare così non ci proteggerà. Ci porterà solo più vicino al baratro.


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