Nella stagione dell’usa e getta avviene che un fatto scuota l'opinione pubblica per poche ore, al massimo per qualche giorno, poi viene travolto dall'onda successiva. Tutto scorre, tutto viene divorato da una nebbia indeterminata. Avviene così che già oggi i fatti di Amendolara diventano uno sbiadito tratto di finto inchiostro su una pagina virtuale.

L'Anthavirus - “Antha che?” - suscita ormai reazioni distratte. Persino Gaza, con il suo interminabile carico di morti, feriti e disperazione, riceve anche l’onta della polvere che si accumula lentamente sulla ferocia e sul dolore. Non è giusto. E non è normale. Dietro ogni titolo ci sono famiglie che continuano a piangere quando le telecamere si sono già spente. Ferite che non conoscono ancora la forza della cicatrice e continuano a sanguinare. Dignità violate, speranze spezzate, vite cambiate per sempre. L'informazione non è consumo. Ha il dovere di custodire la memoria, di interrogare le coscienze, di aiutare a comprendere le cause profonde degli eventi. E allora come resistere alla dittatura dell'attualità che divora tutto? Non ho risposte. Ma so che rassegnarsi sarebbe una sconfitta. Continuare a ricordare, a riflettere, a chiedere giustizia e cambiamento può sembrare la lotta di chi si lancia contro i mulini a vento. Eppure è un dovere. Lo dobbiamo alle vittime di oggi per contribuire a che non ce ne siano ancora domani.


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