Ci sono numeri che dovrebbero togliere il sonno. Nel 2025 le nove potenze nucleari hanno speso 119 miliardi di dollari per mantenere e modernizzare i propri arsenali atomici: 3.768 dollari al secondo, il 19% in più rispetto all'anno precedente secondo il rapporto di Ican (International coalition abolish nuclear).

Non si tratta solo di una corsa alle armi, ma del consolidarsi di una vera e propria “cultura nucleare” che torna a considerare l'atomica uno strumento normale di sicurezza e di potere. Si tratta di una professione di fede nel nucleare. Mentre milioni di persone non hanno accesso a cure, istruzione, acqua e cibo, somme gigantesche vengono destinate a strumenti capaci di distruggere l'umanità. I dati del Sipri parlano chiaro: le testate nucleari nel mondo sono oltre 12.000 e cresce il numero di quelle immediatamente utilizzabili. Ancora più preoccupante è il fallimento dei negoziati internazionali sul disarmo e la scadenza di accordi che per decenni hanno contribuito a contenere la minaccia atomica. Si indebolisce il multilateralismo mentre avanza la logica della deterrenza, del riarmo e della contrapposizione. Papa Leone XIV ha definito tutto questo "cultura della potenza": la convinzione che la forza garantisca la sicurezza. Ma la storia insegna il contrario. La pace non nasce dall'equilibrio della paura, bensì dalla fiducia, dalla cooperazione e dalla giustizia. 


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