Con la morte di Luisa Muraro il femminismo italiano perde una delle sue voci più originali e feconde. Filosofa, pedagoga e protagonista del pensiero della differenza sessuale, ha dedicato la sua ricerca a una domanda essenziale: come dare parola all'esperienza viva delle persone, e in particolare delle donne, quando il linguaggio dominante non sa rappresentarla.

La sua riflessione non si è limitata alla rivendicazione di diritti o uguaglianza. Ha cercato di cambiare l'ordine simbolico che decide chi può parlare, essere ascoltato e riconosciuto. Per Muraro la libertà nasce dalla capacità di dire la verità della propria esperienza e di costruire relazioni che autorizzano la parola dell'altra e dell'altro. Originale e controcorrente è stato anche il suo confronto con il cristianesimo. Senza rinunciare allo sguardo critico sulle strutture patriarcali, ha riportato al centro il contributo delle donne nella storia della fede, valorizzando figure, pratiche e forme di autorità femminile spesso rimosse o marginalizzate dalla tradizione ecclesiale. Ida Dominijanni la descrive come una luce capace di illuminare ciò che restava nell'ombra: le vite escluse, il "corpo sociale selvaggio", le verità soffocate dal conformismo. In un tempo segnato da guerre, paure e nuove forme di dominio, il suo lascito resta quello di una libertà che nasce dalla relazione, dall'ascolto e dalla fiducia nella forza trasformativa della parola. Una luce che si spegne, ma continua a indicare la strada.


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