Tra qualche giorno la vicenda degli autisti ATM sarà scomparsa dalle prime pagine. Forse tornerà a fare notizia al momento del processo. Eppure il caso non può essere archiviato come una bravata di cattivo gusto, una goliardata, né come l’ultimo residuo di patriarcalismo machista.
C'è qualcosa di più profondo e radicato. È la cultura dello sguardo che trasforma una persona in un oggetto, quella che ha avuto per decenni come simbolo il manifesto col buco della serratura da cui si spiava l’attrice che fa la doccia. Prima ancora che di sessualità, si tratta di potere. Quello di appropriarsi dell’immagine di una donna e della sua dignità. E poi del potere di giudicare, deridere, classificare con parole volgari, scurrili e banali che trovano sfogo nella presunta impunità di una chat. Per comprendere davvero la gravità di questi comportamenti, molti uomini dovrebbero provare a capovolgere la situazione. Come si sentirebbe un maschio alfa se fotografie intime del suo corpo finissero in una chat di sole donne e fossero condite da commenti espliciti sulle dimensioni del pene, sulle prestazioni sessuali, sul suo reale appeal? Oppure se ad essere oggetto della stessa “attenzione” fossero le foto della propria figlia? Il rispetto non consiste nel trattenersi dal guardare, ma nel riconoscere che nessuno è mai un oggetto a disposizione dello sguardo e del giudizio altrui.