Il nuovo apartheid non ha leggi scritte né cartelli alle porte. Ma in Sudafrica torna a decidere chi può entrare in una clinica, mandare un figlio a scuola, aprire un negozio, abitare un quartiere. Questa volta il confine non passa anzitutto tra bianchi e neri, ma tra cittadini e stranieri, soprattutto africani.
Gruppi come Operation Dudula e March and March trasformano i migranti nel bersaglio su cui scaricare disoccupazione, povertà, criminalità e servizi pubblici al collasso. Controllano documenti, organizzano espulsioni, impediscono cure, alimentano aggressioni. È la vecchia tecnica del potere: invece di affrontare le cause dell’ingiustizia, indicare il più debole come colpevole. Il Sudafrica, che ha insegnato al mondo la parola liberazione, rischia così di apprendere il vocabolario globale della paura. Suprematismo, razzismo, nazionalismo e protezionismo non conoscono più geografia: attraversano Europa e Stati Uniti, Asia e Africa; promettono sicurezza costruendo nemici, invocano confini per cancellare persone. Ma la storia non è consegnata ai seminatori d’odio. Kopanang Africa Against Xenophobia e Lawyers for Human Rights hanno portato Operation Dudula davanti ai giudici, ottenendo il divieto di intimidire i migranti e bloccare scuole e ospedali. È un varco di luce: quando la legge torna a difendere l’ultimo, nessun apartheid può dirsi invincibile.