Non c’è causa tanto giusta da poter essere difesa con pietre, incendi, devastazioni o aggressioni. Le violenze di Chiomonte e Bologna vanno condannate senza esitazioni e senza distinguere tra mani “amiche” e mani “nemiche”. La violenza non rafforza una protesta: la sfigura.

Anche la più nobile delle ragioni, quando sceglie di colpire persone e cose, finisce per autocondannarsi al torto. Ma sarebbe altrettanto grave usare quelle azioni come pretesto per oscurare le domande da cui le proteste sono nate, restringere il diritto di manifestare o criminalizzare interi movimenti. A Bologna resta doveroso chiedere verità sulla morte di Abderrahim Fakir; in Val di Susa non può essere cancellato il diritto delle comunità a discutere un’opera che incide sul territorio e sulla loro vita. Confondere i violenti con tutti i manifestanti significa fare ai primi il regalo più grande: consegnare loro la rappresentanza del dissenso. E significa sottrarre spazio alla democrazia, che vive quando il conflitto può esprimersi senza diventare guerra. Condannare la violenza, dunque, non basta. Bisogna proteggere la protesta nonviolenta, ascoltarne le ragioni e garantire che lo Stato risponda con trasparenza e misura. Altrimenti, nel nome dell’ordine, si finisce per diventare inconsapevoli fiancheggiatori del disordine.


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