Settant’anni fa, l’8 agosto 1956, nella miniera di Marcinelle morirono 262 lavoratori: 136 erano italiani. Non fu soltanto una tragedia mineraria, ma il prezzo pagato da uomini costretti a cercare pane lontano da casa, scendendo dove sicurezza, dignità e vita valevano meno della produzione.

Nell’articolo “Sottoterra, una strage infinita”, pubblicato sul Corriere della Sera il 27 luglio scorso, Gian Antonio Stella ricorda che Marcinelle non fu un’eccezione: Courrières, Monongah, Dawson, Ludlow e altre stragi raccontano una lunga storia di emigrati sfruttati, invisibili, spesso giovanissimi, sacrificati alla “dura violenza della necessità”. Ricordare oggi significa sottrarre Marcinelle alla retorica delle commemorazioni. Significa riconoscere nei lavoratori stranieri di oggi i nostri padri e i nostri nonni di ieri. Cambiano le miniere, non sempre il meccanismo: caporalato, cantieri insicuri, fabbriche clandestine, braccianti senza diritti, rider ricattabili. Provenienza, colore della pelle e lingua diventano troppo spesso un alibi per pagare meno, proteggere meno, contare meno. La memoria è vera solo se diventa tutela. Ogni lavoratore, qualunque sia il passaporto, ha la stessa dignità e lo stesso diritto a tornare vivo a casa. Dimenticarlo significa preparare la prossima Marcinelle.


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