Per parlare delle donne afghane non dobbiamo aspettare l’8 marzo. Ogni giorno, in Afghanistan, le loro vite vengono calpestate, violate, ignorate, lasciate morire. Dal ritorno dei talebani sono stati emanati più di cento decreti che colpiscono donne e ragazze.

Non possono frequentare la scuola oltre la primaria né l’università; sono escluse da quasi tutti i lavori, limitate negli spostamenti, nell’accesso alle cure e perfino alla giustizia. Metà delle donne intervistate da UN Women esce di casa appena una o due volte al mese. Alcune non possiedono neppure la tazkira, il documento d’identità: senza di esso diventano invisibili anche per ricevere assistenza, rivendicare un diritto, esistere davanti allo Stato. Sono ragazze fantasma, cancellate dallo spazio pubblico e confinate in un presente senza futuro. Eppure la diplomazia internazionale tratta con Kabul occupandosi di sicurezza, terrorismo, migrazioni, commerci e interessi geopolitici. Come nei negoziati con l’Iran, la libertà e la dignità delle donne restano fuori dall’agenda, considerate una questione secondaria o sacrificabile. Ma nessun accordo è davvero riuscito se lascia metà della popolazione senza volto, voce e nome. E il nostro silenzio non è prudenza diplomatica: è complicità.


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