È un poema politico, ma anche un lamento per il Paese che ama e nella cui politica non si riconosce. Con The Road to Jericho, presentato a Venezia, il regista israeliano Amos Gitai porta la cinepresa fino a Khan el Ahmar, villaggio beduino della Cisgiordania minacciato dai coloni. Là una scuola di terra e pneumatici accoglie trecento bambini e bambine.
Israele ne ha ordinato la demolizione. Gitai dice di aver usato il cinema per difenderla. Nelle sue parole non c’è neutralità, e nemmeno la comoda divisione del mondo “tra angeli e bastardi”. C’è la lucidità dell’artista che guarda il Medio Oriente senza cedere alla propaganda della forza. Perché la forza, quando fallisce, ne invoca sempre altra. Fino alla distruzione. Resta allora il dialogo: fragile, ostinato, obbligatorio. E resta l’arte, capace di custodire ciò che il potere vorrebbe cancellare. Franco vinse la guerra, ricorda Gitai, ma nel duello della memoria vinse Picasso con Guernica. Anche filmare una piccola scuola destinata alle ruspe diventa così un atto di resistenza. “Il pessimismo è un lusso che non possiamo permetterci”, gli disse anni fa il sindaco palestinese di Nablus, mutilato da un attentato. Non è ingenuità. È la scelta drammatica tra annientamento e riconoscimento reciproco. Continuare a parlarsi non assicura la pace; smettere di farlo prepara soltanto la prossima guerra.