Denise Cosco è morta a trentacinque anni, la stessa età in cui sua madre, Lea Garofalo, fu assassinata dalla 'ndrangheta. In un articolo bellissimo pubblicato su Repubblica, Roberto Saviano ci mette in guardia dalla tentazione di chiamare "destino" questa tragica simmetria. Non sappiamo che cosa abbia attraversato le ultime ore di Denise.

Pretendere di spiegarlo sarebbe una violenza ulteriore. Ma sappiamo ciò che ha dovuto attraversare nei diciassette anni precedenti. A diciotto anni ebbe il coraggio di testimoniare contro il padre, gli zii, gli assassini di sua madre. Disse la verità e ne pagò il prezzo: un altro nome, un’altra città, una vita senza biografia, senza poter raccontare chi fosse e perché certe sere piangesse. Lo Stato ha protetto il suo corpo, non la sua vita. E noi? L’abbiamo applaudita, trasformata in simbolo e poi lasciata sola. È questa la domanda dolorosa che la morte di Denise ci consegna: che cosa chiediamo a chi rompe con la mafia, se dopo la testimonianza gli sottraiamo relazioni, memoria, futuro? I testimoni di giustizia non sono eroi da celebrare un giorno, ma persone da accompagnare ogni giorno. La mafia non deve vincere nei tribunali: le basta che chi si ribella rimanga solo. E quel silenzio che segue le condanne, scrive Saviano, non lo produce la 'ndrangheta. Lo produciamo noi. Denise non sia un santino né una notizia consumata in fretta. Sia un'accusa alla nostra coscienza: quanta solitudine può sopportare la verità prima di diventare una condanna?


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