Perché parlare di liberazione?

A 25 anni dal suo assassinio, ricordiamo mons. Romero...
24 marzo 2005 - Rosario Giuè

Oggi ricorre il 25° anniversario dell'assassinio di mons. Oscar Arnufo Romero, l'arcivescovo di San Salvador. Come egli arriva a quel giorno? Quale è il suo percorso esistenziale e spirituale?
Come racconta uno dei sui biografi, Ettore Masina (L'arcivescovo deve morire, Edizioni Gruppo Abele), il giovane Romero entra in seminario per volere del sindaco del suo paese, Ciudad Barrios. Non hanno un prete. Oscar è molto devoto, alle funzioni in chiesa non si distrae. Tra i giochi preferisce quello di organizzare processioni. Sembra il tipo adatto a fare il prete. Figlio di un telegrafista, fa il garzone da un falegname. Quando è libero con la sorella va in campagna a badare a due mucche, bene prezioso della famiglia. È un po' malaticcio e rimarrà sempre gracile fisicamente. Trasferito a San Miguel per gli studi, Romero nel 1932 è un giovane seminarista che scrive poesie alla Madonna. Ordinato prete nel 1942, infiamma con le sue prediche ricche anche di svolazzi retorici. In quegli anni di primo ministero don Oscar non è un prete “progressista”. Il suo è un modello di prete tradizionale, anzi tradizionalista. Aiuta i poveri, è attivo, ma è rigidissimo nel difendere la disciplina ecclesiastica: nega i funerali ai massoni, è duro con i protestanti. Quando negli anni ‘60 arriva il nuovo vescovo di San Miguel, mons. Graziano, che vuole portare in diocesi il Concilio, tra i due vi sono frizioni non lievi. È a quel punto che, nel 1967, viene nominato segretario della Conferenza episcopale salvadoregna e si trasferisce nella capitale.
A San Salvador Romero è molto vicino al nunzio apostolico inviato da Roma. La sua linea guida è: ciò che dice Roma va sempre bene. Quando a Medellin, in Colombia, nel 1968 l'Episcopato Latinoamericano fa la “scelta preferenziale dei poveri”, per lui la cosa non va: la Chiesa, pensa, è madre di tutti, senza preferenze. Questo suo modo di analizzare e giudicare la realtà gli vale l'ammirazione degli oligarchi della capitale.
Nominato vescovo ausiliare, nel 1970, continua ad essere se stesso: intransigente e tradizionale. La situazione dell'America Latina e del Salvador è sempre più segnata dalle dittature e dalla repressione. Ma monsignor Romero, diventato direttore del giornale diocesano Orientacion, che è arrivato ad esaltare il prete colombiano Camillo Torres, ucciso in combattimento nel 1966, trasforma quel foglio quasi in un bollettino dell'Osservatore romano. E se anche nel Paese sindacalisti, politici e contadini vengono uccisi da organizzazioni paramilitari e il popolo è affamato e represso da una feroce dittatura, da direttore non usa mai il giornale per denunciare tutto ciò. Semmai attacca il progressismo, attacca i gesuiti: tutti quelli che vogliono sovvertire l'ordine esistente e parlano di una diversa pastorale. Anche se in Salvador non vi è nessuna parvenza di diritto, se incominciano a minacciare preti e religiosi, Monsignore, così è chiamato, non appare ancora molto impressionato e colpito.
Piuttosto isolato nella capitale, nel 1974 viene nominato vescovo di Santiago de Marìa. Qui la musica non cambia molto. Se un confratello, l'arcivescovo Chavéz, spinge i vescovi a firmare una dichiarazione contro le violazioni dei diritti umani da parte delle forze speciali Romero firma, ma di malavoglia. Quando un giorno le forze speciali uccidono cinque campesinos nella sua diocesi, si reca sul posto, dà i conforti religiosi. Si china sui superstiti, prega sulle vittime. È accerchiato dai giovani preti che parlano di “liberazione” e gli chiedono una forte e pubblica denunzia. E così scrive una lettera di protesta al presidente Molina che è sostenuto dagli Stati Unti, ma non arriva alla pubblica denuncia. Celebra la messa di suffragio e parla di “defunti” e non di morti ammazzati barbaramente. Sull'indignazione prevale ancora la sua formazione culturale.
Tuttavia questi fatti incominciano a non lasciarlo più come prima. Incominciano a inquietarlo sempre di più. Man mano che si lega alle vittime e ai poveri, in Romero si va realizzando una nuova comprensione. Incomincia a domandarsi: perché parlare di liberazione? Non basta la liberazione dal peccato, da sussurrare nel confessionale o proclamare in modo generico nelle prediche?
Questo è mons. Oscar Arnulfo Romero quando all'inizio del 1977 è nominato arcivescovo di San Salvador. Ma passano poche ore dal suo insediamento, avvenuto il 5 marzo, che l'esercito spara su cinquantamila persone riunite in piazza per protestare contro dei brogli elettorali. Alcune centinaia si rifugiano nella chiesa del Rosario. I soldati vi lanciano granate lacrimogeni. Dentro la chiesa un centinaio muoiono per asfissia. I preti “medellinisti” (“Medellin”) che protestano sono minacciati. E così il 7 marzo l'Arcivescovo fa un documento pubblico a loro difesa. Me nessuno ancora gli crede fino in fondo, nemmeno i sacerdoti. Anche i fascisti al potere nel Paese pensano che sia solo un gesto appariscente, e niente di più. Così lo mettono davvero alla prova. Il 12 marzo, una settimana dopo l'insediamento, gli uccidono un prete. Gli uccidono il padre Gesuita Rutilio Grande, suo amico e parroco di Aguilares, un centro agricolo poverissimo di trenta mila abitanti, dove egli viveva poveramente con tre confratelli. Le pallottole che lo uccidono appartengono ad armi in dotazione ai “corpi di sicurezza”. Padre Rutilio era stato un prete che predicava che “Dio non sta sulle nuvole, coricato su un'amaca. Dio agisce e desidera che voi costruiate il suo regno qui, sulla terra”. Quella stessa notte, quando si reca nella chiesa dove è esposto il cadavere di padre Rutilio Grande insieme a due contadini uccisi con lui, sente che attorno a sé un popolo che gli chiede di non lasciarli soli, di difenderli. Quel popolo diviene il suo pedagogo per la sua nuova conversione. Quella notte, davanti a quel popolo impaurito, Monsignor sente maturare in modo definitivo qualcosa di radicalmente nuovo: l'opzione per i campesinos, fino in fondo. Da quel momento, a 59 anni, sentì la chiamata del Cristo a vincere la sua naturale timidezza e la sua formazione spirituale e ad incamminarsi sulla via evangelica della croce vissuta nella storia come Chiesa che partecipa al destino dei poveri, degli oppressi e delle vittime.
Mettendo da parte gli strumenti della diplomazia e della cautela, l'indomani decide subito di non prendere parte ai colloqui tra i vescovi e il presidente. Per fare comprendere che la via intrapresa è davvero definitiva, Monsignore, dopo aver consultato alcuni preti, dispone che la domenica successiva all'omicidio di padre Rutilio non venga celebrata la messa nelle chiese della diocesi. Ve ne sarebbe stata una sola: quella che avrebbe celebrato lui stesso, in cattedrale. Era una sfida alla cattolicissima oligarchia. Il nunzio cercherà di dissuaderlo da quella decisione, ma senza riuscirvi.
Parla senza sosta dalla radio diocesana per denuncia le torture e gli omicidi mirati, entrando nei dettagli. Per questo, di lì a poco la radio sarà distrutta da una bomba. Non ha tempo per recarsi in Europa, a Lovanio, per ricevere una laurea “honoris causa” perché i continui massacri perpetrati dalle forze speciali non gli consentono di lasciare da solo il popolo. Si avvicina ai gesuiti che prima attaccava e ne accoglie molte intuizioni. Sostiene attivamente l'opera di un avvocato, Marianella Garcìa Villa, che raccoglie tutte le denunce contro la violazione dei diritti umani. Sarà rapita e uccisa nell'83.
Dopo appena tre anni di un ministero così intensamente vissuto, arriva puntuale la morte per mano armata, intorno alle ore 18, di un lunedì di 25 anni fa, mentre celebrava la messa. Il giorno prima, domenica 23 marzo, nell'ultima omelia diffusa per radio, aveva scandito: “Durante la settimana, mentre vado raccogliendo le grida del popolo, il dolore per così grandi delitti, la ignominia di tanta violenza, chiedo al Signore che mi dia la parola opportuna per consolare, denunziare, chiamare a pentimento (…). Desidero fare un appello speciale agli uomini dell'esercito e in concreto alla base della guardia nazionale, della polizia, delle caserme. (…) In nome di Dio, in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi chiedo, vi ordino, in nome di Dio: cessi la repressione!”.
Questo cammino davvero pasquale di San Romero d'America ha molto da suggerirci anche in Sicilia e nel Sud d'Italia.

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