CULTURA

Apocalissi, il senso della parola

Dal libro di Giovanni, la ricerca per dare senso alla vita con la lotta. Nel segno della responsabilità.
Giancarla Codrignani

C’è da domandarsi se l’interpretazione catastrofica di ogni apocalisse, a partire dal testo di Giovanni, non sia stata una formula di comodo. È, infatti, una forma di autogiustificazione il poter dire: “Che sciagura irrimediabile! Come è possibile che Dio abbia voluto questo male? Sarà per punire i nostri peccati”. Nel pianto si resta inerti, mentre, invece, proprio le catastrofi dovrebbero stimolare a fare qualcosa, a dare una mano a Dio.
L’Apocalisse di Giovanni è un libro oggettivamente difficile, ma che deve essere riletto, oggi, da tutti - e non solo dai teologi - in modo che la lectio diventi davvero meditatio per arrivare a esser contemplatio. Sulla scorta di analisi recenti - in Italia, oltre all’opera di Eugenio Corsini, è atteso il libro di Luigi Bettazzi - è importante ripensare al senso dei “segni” di cui parla l’evangelista (le lotte che identificano il bene e il male, la bestia che viene dal mare, quella che viene dalla terra, la grande prostituta, l’agnello?).

Segni di ieri e di oggi

Certamente all’epoca le identificazioni negative facevano riferimento all’impero di Roma e al potere clericale che finì per accettare che Cesare fosse un dio; ma oggi, per noi che abbiamo visto cadere le torri? Bettazzi non esita a identificare le “bestie” nel potere oppressivo e nelle ideologie e la “prostituta” nel potere clericale di una Gerusalemme incapace di andare con l’agnello del Liberatore verso la Gerusalemme celeste. Il potere umano favorisce le politiche autoritarie, le leggi oppressive, l’economia senza regole, in una parola il dominio di una globalizzazione totalitaria. Anche le grandi religioni si “prostituiscono” e rinunciano al loro compito per cercare sicurezza nei poteri dominanti.
Per questo non possono più, proprio in quanto “religioni”, accettare la guerra: noi cristiani dobbiamo passare decisamente e autonomamente a sostenere la nonviolenza, se crediamo che Cristo redime tutti e non soltanto noi.
Torna, dunque, di nuovo una parola che sembra scaduta: l’impegno. Appare fondamentale per Maria Cristina Bartolomei il “date loro da mangiare”: guardando nel concreto ai bisogni umani si comprende che essi non provocano le guerre ma reclamano le operazioni di giustizia. Perché ci sia “rivelazione” occorre allora “aprire gli occhi”: chi vede e sa capire, si fa servo attivo, perché sente che se resta tiepido di fronte ai fratelli, Dio lo “vomiterà dalla sua bocca”. Piero Stefani punta il dito non contro chi sta pervicacemente nel peccato ed è per questo “freddo”, ma contro chi chiede scusa del peccato senza cercare di rimediare. Possibile che, anche nel mondo cattolico, si stia dalla parte del profitto e della guerra e si dimentichino gli stimoli della Pacem in terris e della Populorum progressio? Non dicono nulla le città che bruciano, New York, Mosca, ma anche i regni indios, Sabra e Chatila, Bhopal o Auschwitz (Bertani)?
Anche se oggi i significati vengono sempre più mistificati e sfuggono davanti al moltiplicarsi dei significanti, così che noi stessi siamo indotti a rimuovere ciò che ci appare oscuro o difficile, l’apocalisse ci interpella, perché rappresenta non un dio violento, ma “un dio che si è stancato della violenza”. Maria Teresa Sarpi pensa con Alex Zanotelli, che siano “i poveri, insieme con i ‘barbari’, i veri ‘segni’ di Dio”.

La verità si nasconde

P. Innocenzo Gargano, da camaldolese attento alla lezione di Benedetto Calati studioso di Gregorio Magno, ricorda che nessuno possiede la verità “che si nasconde” per provocare la nostra ricerca e invita alla lettura che ci fa crescere: divina eloquia cum legente crescunt. E anche Giovanni XXIII confermava: non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a capirlo.
Che cosa può dire il non credente del termine “apocalisse” che usa, senza accettarne l’origine di fede? Un intellettuale come Paolo Flores d’Arcais, di fronte a ragionamenti rivolti alle scelte politiche e alle alternative di pace o di guerra sottese a queste riflessioni teologiche, non può che ragionare sulla speranza o sulla disperazione. Tutti sperano che il domani sarà migliore dell’oggi, ma il limite della finitezza nega a chi esclude una realtà superiore che vi sia “speranza senza fede”: i bambini che nascono già contagiati dall’aids non hanno salvezza. Ma anche chi ha una fede può costatare che il Vangelo non è applicato e che Francesco non è la normalità. D’altra parte, anche nel caso della fede, come conciliare con la speranza l’imperscrutabilità della giustizia di un dio che può condannare a pene infinite? In realtà siamo impotenti; e la speranza è solo la ricerca di dare senso alla vita con la lotta per un impegno di responsabilità. La giustizia, in questo senso, viene prima della pace; ma il nostro è il “lavoro di Sisifo” di cui parlava Camus, illusione.
Sembra che il mondo moderno non riesca a metabolizzare il nuovo che è venuto dal Concilio Vaticano II e dalle teologie che ne hanno anticipato i contenuti o ne hanno portato oltre le istanze, né fra i credenti, né fra i non credenti: c’è uno scivolamento all’indietro che impressiona proprio perché nega la serietà dell’impegno che tutti predicano, mentre la cultura contemporanea reclama che si vada avanti insieme con i processi complessi che ci circondano. Carlo Molari va avanti, anche se l’ufficialità dell’intellighentia, sia clericale che laica, preferisce stare alle antiche sicurezze. Che senso ha legare la speranza solo alla vita futura? Gesù ha comportato l’incarnazione nella storia, cioè che il bene può diventare amore e azione di giustizia, perché il bene esiste perché Dio è. Chi ha speranza teologale attende la sua venuta, non i suoi interventi sulle creature. Dio non è onnipotente nella creazione e nella storia, perché sono le creature che fanno la storia e nella storia Dio è impotente come le creature: è qui il senso vero della kenosis.

Oggi la Parola
A Camaldoli il gruppo “Oggi la Parola”, formatosi dopo la scomparsa di p. Benedetto Calati per mantenere il confronto fra realtà contemporanea e Rivelazione, ha tenuto dal 31 ottobre al 3 novembre un colloquio sul tema: “Apocalissi: non distruzioni ma rivelazioni?”
Di fronte al rischio di "sfacelo del mondo", in queste vicende che viviamo dopo l’11 settembre 2001, è la rivelazione che impegna i cristiani a “tenere aperto il libro della nostra vita di oggi” come avvertiva la proposta del convegno a cui hanno preso parte, fra gli altri, il camaldolese Giordano Rimondi, mons. Luigi Bettazzi, Angelo Bertani, Piero Stefani, M.Teresa Sarpi, Paolo Flores d’Arcais, Carlo Molari
Non si deve neppure lasciare in ombra la questione del tempo, se è vero che 150 miliardi di anni fa non c’era nessuna vita; o anche che pochi decenni fa non c’era autocoscienza comune alla libertà. Anche il male “è un vuoto da cui sta sorgendo un mondo” che va verso la pienezza di vita. Per questo la speranza è necessaria e rende intensa la nostra condizione, perché il male prevale se non accogliamo il bene; e per questo, in un mondo in cui la consapevolezza della giustizia è cresciuta enormemente, è più elevata anche la qualità e quantità del male. E non è detto che tutto andrà, per sola definizione, a finire bene: altrimenti che senso avrebbe impegnarsi? Per questo tutto è possibile, se vince la fedeltà.
E qui è il dramma: chi è fedele? Chi sente il richiamo apocalittico delle torri di New York, delle vittime della fame e dell’oppressione, della guerra fra israeliani democratici e palestinesi a cui non è consentito votare e neppure andare a scuola, mantenere la propria abitazione intatta e avere acqua a sufficienza? Chi teme la globalizzazione senza regole, il superpotere degli Usa pur detentori di una Costituzione di libertà, la guerra “preventiva” e le armi di nuova generazione?
È proprio vero che non possiamo farci nulla?

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