IMMIGRATI

Lavoratori e Cittadini

Servono politiche di integrazione capaci di creare consenso su obiettivi sociali concreti di interesse comune.
Giulia Di Sora

Il Dossier Statistico Immigrazione 2002 (Lavoratori e Cittadini, recentemente pubblicato da Caritas Italiana, Fondazione Migrantes e Caritas di Roma) cerca di superare quella che è la percezione ormai consolidatasi dell’immigrazione come fenomeno sempre di emergenza, che mette a repentaglio la sicurezza dell’Italia e di noi italiani, mentre gli immigrati sarebbero solo clandestini che cercano di evadere le leggi dello Stato e di sfruttare gli italiani, quando non criminali e dediti allo spaccio della droga o allo sfruttamento della prostituzione. Il Dossier ci ricorda, invece, che la realtà è ben altra: in Italia ci sono 1.600.000 immigrati regolari che in gran parte lavorano mantenendo anche loro le maglie del nostro benessere, sono inseriti spessissimo in lavori necessari alla nostra economia ma ormai non più accettati dagli italiani (agricoltura, servizi, ..), aiutano le nostre famiglie a condurre un menage regolare e tranquillo sia collaborando nelle faccende domestiche sia assistendo gli anziani sia accudendo i piccoli.

Una presenza quotidiana

È di questa realtà che si interessa quasi esclusivamente il Dossier poiché, come viene ricordato con uno slogan, “è tempo di integrazione”. Ma cosa sta a significare questo? Sta a significare che è ora di voltare pagina e avviare serie politiche di integrazione capaci di portare nella nostra quotidianità il senso profondo e la responsabilità di quanto essa sia cambiata proprio grazie alla presenza, così variegata, degli immigrati e delle loro famiglie. Si pensi appunto alla presenza di persone immigrate nelle nostre famiglie: In Italia sono 227.249 le collaboratrici e i collaboratori domestici assicurati presso l’INPS (il dato è del 1999) e di essi la metà è costituito da cittadini extracomunitari (per i 4/5 donne). In media in Italia, ufficialmente, vi è una collaboratrice/collaboratore familiare dichiarato all’INPS ogni 256 residenti ma in realtà la presenza è più numerosa. Queste presenze sono così ripartite per continente: ogni 10 presenze, 4 vengono dall’Asia (49.214 complessivamente, di cui 36.606 dalle Filippine) e 2 all’incirca rispettivamente da Europa (18.930, per la stragrande maggioranza dai paesi dell’Est), America (20.499, in larga parte dall’America Latina) e Africa (16.803, di cui 11.470 dall’Africa Subsahariana).
Più in generale, gli avviamenti dei lavoratori extracomunitari sono caratterizzati da una ripartizione per settori che vede prevalere quello dei servizi (49%), seguito dall’industria (36%) e dall’agricoltura (15%).L’ambito alberghiero e della ristorazione, che è il primo per numero di assunzioni (87.182), vede i lavoratori extracomunitari influire nella misura del 10,5% sul totale delle assunzioni del settore: all’incirca la stessa incidenza riguarda le costruzioni, i trasporti e le pulizie. Invece nell’agricoltura, nell’industria tessile e dei metalli il rapporto è più consistente e vi è un lavoratore immigrato ogni 6 assunti
Quanto ai figli degli immigrati (di cui buona parte nata in Italia) inseriti nelle scuole, il loro numero ha superato le 100.000 unità solo quattro anni fa ed è arrivato 147.000 nell’anno scolastico 2001-2002 e a 182.000 nell’anno successivo. Sei su dieci sono iscritti alle elementari e alle materne. Ora sono poco meno del 2% della popolazione residente; nel 2017, secondo una stima ministeriale, potrebbero arrivare ad essere 529.000 e incidere per il 6,5% sulla popolazione scolastica.
Da un’indagine del Ministero dell’istruzione (2001) condotta presso le strutture scolastiche di tutta Italia risulta che nel 7% delle scuole non vi è nessun alunno straniero (la percentuale è quasi tre volte più alta nel Meridione), nel 64% dei casi gli alunni stranieri incidono per più del 3% sulla popolazione scolastica, nel 28% dei casi si va oltre il 5%: questa presenza, molto diversificata quanto a provenienza, si attua maggiormente nelle elementari e negli istituti comprensivi.

Il fattore religioso

E veniamo anche a un’altra delle grosse preoccupazioni che alimentano in maniera ingiustificata quella diffidenza nei confronti dell’immigrazione e quindi degli immigrati: l’appartenenza religiosa. Risulta che la metà è costituita da cristiani, così ripartiti al loro interno: ogni 10 presenze 5,5 sono cattolici, 3 ortodossi, 1,5 protestanti. Al secondo posto vengono i musulmani con il 35,4% e al terzo posto le religioni orientali con il 6,4%. In termini numerici ciò significa 660.000 cristiani, 488.000 musulmani e 88.000 fedeli di religioni orientali: tenuto conto anche dei minori, queste cifre vanno aumentate del 20%. I musulmani sono maggioritari in sei regioni.

ITALIA. Immigrati regolari: provenienza continentale (2001)

Continente

Numero

% su totale

Unione Europea

147.495

10,8

Europa Centro Or.

394.090

28,9

Altri paesi europei

22.300

1,6

Totale Europa

563.885

41,4

Africa Settentrionale

243.846

17,9

Africa Orientale

25.351

1,9

Africa Occidentale

89.036

6,5

Africa Centro Mer.

8365

0,6

Totale Africa

366.598

26,9

Asia Orientale

136.276

10,0

Asia Centro merid.

104.893

7,7

Asia Occidentale

18.614

1,4

Totale Asia

259.783

19,1

America Sett.

46.073

3,4

America Centro Mer

112.133

8,2

Totale America

158.206

11,6

Oceania

2.461

0,2

Apolidi

824

0,1

Ignoto

10.873

0,8

Totale

1.362.630

100,0

FONTE: Elaborazione Caritas/Dossier Statistico Immigrazione su dati del Ministero dell’Interno


La differenza religiosa, alla pari di quella culturale, non deve far paura e va rispettata, a condizione che non vengano lese le regole fondamentali di convivenza imperniate sul rispetto della coscienza e sulla pari dignità. Sarebbe falso nascondere i problemi, taluni anche molto gravi: parimenti sarebbe sbagliato escludere la possibilità di una soluzione positiva. Come ha detto il Pontefice, invocare Dio per combattere gli altri uomini è una bestemmia.
I dati che ci offre il Dossier Statistico 2002 e che rappresentano un notevole sforzo di elaborazione e sintesi scientifica, per cui attendibile e veritiera, ci dicono la grande ricchezza umana presente nelle giovani popolazioni immigrate, con particolare riferimento alle famiglie. Si tratta, infatti, di persone fortemente motivate a realizzare un progetto di miglioramento socioeconomico a beneficio della propria famiglia in Italia e al paese di origine.
Provengono da orizzonti culturali diversi, che tuttavia sono per lo più accomunati da una ancora forte esperienza di solidarietà e coesione sociale. Si trovano in una particolare situazione di transizione, già avviata al paese di origine, tra tradizione e modernità.
Raramente la società di accoglienza è consapevole del fatto che si tratta di persone “in cambiamento”, proiettate sul futuro e che, malgrado le loro aspirazioni iniziali, faranno parte in modo stabile e definitivo della nostra società.
La loro presenza è legittimata quasi esclusivamente dal beneficio economico che ne deriva alla nostra economia e viene trascurata la valenza sociale delle loro risorse umane e culturali che incarnano spesso valori molto alti di umanità e spiritualità.
Inoltre il fenomeno della devianza da parte di alcuni stranieri abbaglia l’opinione pubblica, ma anche le autorità e le parti attive della società civile, fino a rendere invisibile questa stragrande maggioranza degli immigrati che lottano quotidianamente per la riuscita del proprio progetto migratorio.
Lo sforzo che oggi viene richiesto, soprattutto a livello politico, è proprio quello di mettere in campo politiche di integrazione capaci di coagulare intorno a obiettivi sociali concreti di interesse comune (educativi, socio sanitari, assistenziali, culturali, religiosi, del tempo libero…) le forze vive dei quartieri o delle varie località, attraverso la promozione di iniziative e attività puntuali di cittadinanza attiva che coinvolgano anche gli immigrati e le loro famiglie, valorizzando le risorse umane di cui sono portatrici in ambito professionale, sociale e culturale, affinché nasca una reale convivenza in grado di superare barriere e di costruire il bene e il benessere di tutti e di ciascuno.

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