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L’obiezione è morta?

La politica, la società, i giovani. Storia e prospettive del fenomeno in Italia.
A cura di Francesca Cosentino

da www.terrelibere.it/memoriacomiso/fotografie A confronto tre voci importanti della storia dell’obiezione di coscienza nel nostro Paese: Mao Valpiana, Direttore di “Azione nonviolenta” (rivista mensile del Movimento Nonviolento), Giancarla Codrignani, Presidente della Lega Obiettori di Coscienza, Massimo Paolicelli, Presidente dell’Associazione Obiettori Nonviolenti

L’obiezione di coscienza al servizio militare, quale diritto riconosciuto dalla legge, compie 30 anni. Quale giudizio si può dare su questa trentennale storia?
VALPIANA: Il servizio civile in Italia è stato un fenomeno sociale importante, che ha coinvolto decine di migliaia di giovani e moltissimi enti pubblici o privati. Alcune realtà, senza l’apporto degli obiettori in servizio non si sarebbero nemmeno sviluppate, e molti giovani durante i mesi di servizio hanno anche avuto l’opportunità di maturare scelte di vita. Se però guardiamo la cosa dal punto di vista politico e delle aspettative che il movimento dell’obiezione di coscienza aveva all’inizio degli anni ‘70, il bilancio è negativo. Il movimento degli obiettori doveva essere una forza di contestazione diretta dell’apparato bellico, doveva essere un soggetto politico di trasformazione della difesa armata in difesa nonviolenta; ma così, evidentemente, non è stato.
CODRIGNANI: Se pensiamo che trent’anni fa chi obiettava andava in carcere, sembra che il tempo non sia passato invano. Tuttavia nella mentalità comune non sono aumentate la nonviolenza e antimilitarismo: le frecce tricolori non rappresentano una spesa inutile, ma uno spettacolo affascinante; le ragazze possono diventare soldate e combattere virilmente; il 4 novembre viene festeggiato con parate militari e nessuno ricorda che l’ultima cosiddetta vittoria dell’Italia bellica è altrimenti conosciuta come “inutile strage”.
Fortunatamente il governo di centrosinistra ha ancorato l’obiezione a una legge specifica che, bene o male, dovrebbe impedirne l’azzeramento.
PAOLICELLI: Questi trent’anni sicuramente non sono stati tranquilli ma ci hanno ripagato con molte soddisfazioni. Chi ha seguito questa scelta da vicino non ha avuto infatti un attimo di tregua: rispetto a una società civile attenta e vivace su questo tema si è sempre contrapposto un mondo politico (con l’eccezione di poche “mosche bianche”) e quello amministrativo, (prima il Ministero della difesa e ora, con le dovute differenze, la Presidenza del Consiglio) molto distratto. Buona parte della società ha vissuto e vive la scelta dell’obiezione come una risorsa importante, uno stimolo, mentre il legislatore l’ha sempre considerata come qualcosa di scomodo. Sin dal 1972, quando venne approvata la prima legge, sono state previste una serie di sanzioni che l’obiettore doveva pagare per dimostrare la sua buona fede nella scelta dell’obiezione, come la maggiore durata del servizio civile rispetto a quello militare. Senza dimenticare che probabilmente buona parte degli oltre 651.000 giovani che si sono dichiarati obiettori dal 1972 a oggi possono sicuramente raccontare qualche problema piccolo o grande avuto con lo Stato nella figura principalmente dei Distretti militari. Tale distrazione per fortuna è stata compensata dalla massima attenzione dimostrata dalla Corte Costituzionale intervenuta ben 7 volte sulla materia, ma soprattutto con la pronuncia di una sentenza importantissima che nel 1985 affermava rispetto all’articolo 52 della Costituzione che al sacro dovere dei cittadini di difendere la Patria si può adempiere sia con il servizio militare, che con adeguate prestazioni di impegno sociale non armato, dando così un fondamentale riconoscimento al servizio civile degli obiettori. Un aspetto positivo dell’obiezione di coscienza consiste nell’essere una scelta che si sparge nel terreno come una semina e avendo pazienza i frutti alla fine si raccolgono di sicuro. Credo che il milione di persone sceso in piazza il 9 novembre scorso a Firenze contro la guerra, sia anche frutto del lavoro di molti obiettori di coscienza sparsi in molte realtà sociali e politiche, e che l’impronta nonviolenta che si è data questo movimento di opinione sia anch’essa frutto del loro lavoro.

Nel nostro Paese, l’annoso rapporto tra obiezione di coscienza e servizio civile ha visto per molti versi predominare il secondo rispetto alla prima, tant’è che negli ultimissimi anni ormai più nessuno parla di obiezione. Come mai?
CODRIGNANI: La responsabilità della confusione fra due tipologie non coincidenti, il servizio civile e l’obiezione di coscienza, risale a noi legislatori che, nel sostenere l’obiezione, utilizzammo la sentenza della Corte Costituzionale che equiparava a quello militare il servizio civile prestato dall’obiettore in quanto “sostitutivo”. L’espressione “servizio civile” divenne abituale anche nel mio linguaggio per pretendere pari durata e pari trattamento, anche se personalmente ero ben consapevole che il servizio dell’obiettore è alternativo. Oggi, in regime di volontariato anche per il militare, la differenza si fa più evidente perché, quando non si raggiunge la quota prevista di volontari, la Difesa arruola chi presta servizio civile.
Tuttavia la distinzione non venne mai chiarita, neppure quando la crescita numerica dei cosiddetti “obiettori di comodo”, cioè di chi, senza scomodare la coscienza, voleva solo evitare il fastidio della naja, obbligava a rinverdire la filosofia di fondo. Il ministero della difesa, che prevedeva l’abolizione -non rinviabile perché le nuove tecnologie espellono forza lavoro non solo dalle fabbriche- dell’obbligatorietà della leva, si scandalizzò meno per l’inflazione dei richiedenti il servizio civile che per le argomentazioni di don Milani e Balducci (e modestamente anche mie, denunciata per vilipendio).
VALPIANA: Fin dai primi mesi dopo l’approvazione della Legge 772 nel movimento si creò una frattura fra coloro che venivano definiti gli obiettori “puri”, che miravano a un movimento nonviolento contro l’esercito, e chi preferiva puntare sulla crescita numerica di chi faceva la scelta del servizio alternativo, i cosiddetti “serviziocivilisti”; prevalse questa seconda componente e così le organizzazioni degli obiettori, da movimenti antimilitaristi si trasformarono ben presto in sindacato degli obiettori, impegnato a chiedere la riduzione dei mesi di servizio anziché la riduzione delle spese militari…
PAOLICELLI: Sono sempre stato convinto che l’obiezione di coscienza ed il servizio civile esprimono le due facce della stessa medaglia e che difficilmente possiamo quindi scinderle. Sono una scelta di vita con la quale da un lato ti accosti ai problemi del mondo con spirito critico, dall’altro ti rimbocchi le maniche ed operi in prima persona per cominciare a rimuovere alcune cause delle ingiustizie. In molti hanno interesse a gettare in terra la moneta e lasciando scoperta una sola faccia della medaglia. Ma penso che non siano molti i giovani disposti a fare le crocerossine dei potenti della Terra che da un lato, per mantenere lo stile di vita consumistico dei paesi ricchi, scatenano guerre, affamano intere popolazioni e distruggono l’ambiente, e dall’altro elargiscono un po’ di carità che serve solo a fare da silenziatore all’urlo degli oppressi. L’obiezione si oppone a tutto questo con gesti nonviolenti di rottura del sistema ed è chiaro che è scomoda e che si tenda a tenerla coperta.

Da più parti si dice che l’obiezione è morta. Condividete questo giudizio?
PAOLICELLI: No! Viene meno l’obbligo della leva, ma, purtroppo, non vengono meno né gli eserciti, né le guerre. Sicuramente in questa fase l’obiezione appare insonnolita, si tratta di risvegliarla e dargli impulsi nuovi. Per esempio pensare ai militari professionisti, ora che sempre più spesso vengono chiamati a compiere missioni contrastanti con l’articolo 11 della nostra Costituzione, che prevede il ripudio della guerra, mentre si preparano addirittura guerre preventive! L’obiezione, lo dicevo prima, è uno stile di vita, quindi non esiste solo perché c’è un legame diretto, come è oggi, con la leva obbligatoria. Il movimento ha fatto sicuramente molti errori, primo fra tutti la sottovalutazione della portata del fenomeno. Si scende facilmente in piazza contro la guerra, ma poi quando si tratta di contrastare l’apparato militare e industriale che si prepara a fare le guerre la tenacia non è la stessa. Il Mahatma Gandhi ci ha dato un’importante esortazione: “Il soldato di pace, a differenza di quello di spada, deve dedicare tutto il tempo che può alla promozione della pace, in guerra come in pace. Il lavoro che egli svolge in tempo di pace è una misura preventiva del tempo di guerra e insieme una preparazione in vista di quella”. Oggi abbiamo un bilancio della difesa che supera 19.614 milioni di Euro ed è destinato nei prossimi anni a crescere notevolmente. Serve a pagare 190.000 uomini, a costruire portaerei, nuovi caccia, ecc. quindi non certo per fare protezione civile o servizio civile, al quale vengono destinate le briciole, oggi per 70.000 giovani tra obiettori e volontari ci sono appena 119 milioni di Euro. Da queste cose si capisce che ruolo vogliono dare al servizio civile: cioè da crocerossine degli sfaceli fatti dai potenti!
VALPIANA: Sì, l’obiezione è morta, ma non da oggi. Già nel dicembre del 1972 dicemmo “è stata approvata una Legge truffa” che, insieme al servizio civile sostitutivo, istituiva anche il reato di obiezione e discriminava tra cittadini-obiettori e cittadini-soldati,. Azione Nonviolenta scrisse subito: “Che altro c’è da aspettarsi da parte di un Parlamento composto di forze politiche che, dalla prima all’ultima, di destra e di sinistra, sono tutte concordi sul principio sommo della necessità dell’apparato di guerra?”

Se morte dell’obiezione c’è stata, si è trattato di eutanasia, di morte violenta oppure di suicidio? E poi: le associazioni degli obiettori e i movimenti per la pace hanno una responsabilità in tutto ciò?
VALPIANA: L’errore, compiuto nei primi anni, è stato quello di accettare un servizio civile totalmente slegato dalle questioni connesse alla difesa; perseguendo l’obiettivo della smilitarizzazione del servizio civile, gli obiettori sono diventati progressivamente dei volontari sociali (utilizzati spesso in lavori subalterni e marginali) e hanno perso ogni caratteristica di costruttori di pace. Purtroppo questo è coinciso con gli interessi degli Enti di servizio civile, ai quali interessava avere mano d’opera gratis. È stato un lento deperimento, un’agonia durata più di vent’anni.

Quale senso, se ne ha uno, può avere ancora l’obiezione di coscienza dopo la cessazione della coscrizione obbligatoria?
CODRIGNANI: È la storia di tutti gli ideali che, oggi, si dice, non suscitano passione. Personalmente non credo che ci sia mai stata -tranne quando l’andare in galera provocava reazioni di fuoco- una fase più adatta di questa per ripensare l’obiezione. Perché è come per la solidarietà: una cosa è predicarla quando si è poveri, altra quando si è diventati benestanti. L’obiezione non è la ripulsa a toccare un’arma, come pensavano i militari per accusarci di viltà. In realtà chi obietta ricusa la guerra: sa benissimo che gli eserciti dureranno ancora a lungo come la voglia di usarli; vuole solo dimostrare come si possano prefigurare tempi in cui i conflitti si attraverseranno senza violenza, con la diplomazia e la relazione. Oggi che nessuno può più attribuire bellezza e onore alla guerra, come era per il passato, e la si mistifica con stravaganti aggettivi (“fredda”, “chirurgica”, “preventiva”) c’è bisogno di “nuovi” obiettori, perché non è più in questione l’obbligatorietà di un servizio pubblico, bensì il suo significato. Forse si tornerà a essere pochi, forse non ci saranno soldini per mantenere gli enti, forse si tornerà a ricevere qualche denuncia… tuttavia?
VALPIANA: Il senso che ha sempre avuto. L’obiezione di coscienza è il rifiuto di collaborare, in qualsiasi modo, diretto o indiretto, alla preparazione della guerra. Obiettore di coscienza, dunque, è chi non presta servizio militare, ma anche chi non vuole pagare per il bilancio militare, o chi si rifiuta di costruire armi. Di fronte all’esercito professionalizzato e alle nuove forme di guerra, tutti i cittadini e le cittadine sono chiamati a trovare la loro specifica forma di obiezione di coscienza. Le guerre avvengono con il consenso e la collaborazione di milioni di persone, che contribuiscono a prepararne gli strumenti mortiferi. Gli obiettori sono coloro che rifiutano questo consenso.
L’antimilitarismo e le istanze profonde dell’obiezione restano affidati a quegli organismi che si riferiscono esplicitamente alla nonviolenza. Finché ci saranno gli eserciti ci dovrà essere qualcuno che promuove le istanze dell’obiezione, che è un passo concreto di disarmo unilaterale.

E le donne, in tutta questa storia, che ruolo hanno avuto e possono avere?
PAOLICELLI: Purtroppo marginale, visto che si è parlato di obiezione legata all’obbligo della leva, aperta solo agli uomini. Penso che la sensibilità femminile verso questi temi sia maggiore, e pertanto le nuove volontarie, potranno riservarci sorprese positive.
CODRIGNANI: Le donne sono in tutti i campi una risorsa sprecata. Quando non c’era neppure la legge 772, chi poteva essere l’alleato migliore per gli obiettori se non le ragazze? Oggi anche le nonviolente ritengono un diritto che la legge consenta la “parità militare”, che è come dire che chi fa la vita con il suo corpo può anche darsi da fare per distruggerla. Io presiedo da qualche anno la Lega del Obiettori di Coscienza: faccio immagine (“la Loc è presieduta da una donna?”), ma non sono riuscita a spostarne di un centimetro la filosofia…
VALPIANA: Le donne sono quelle che mettono al mondo i figli e quindi sono le prime a essere chiamate in causa da ogni guerra: da Lisistrata (sciopero delle mogli contro i mariti guerrieri) alle madri di Plaza de Majo, dalle women in black di Israele e Palestina alle mamme dei soldati russi contro la guerra cecena, il movimento delle donne è sempre stato un soggetto politico per la pace.
Il servizio civile volontario, può essere un’ottima occasione per le ragazze, per ricostruire un movimento di obiettori ed obiettrici all’esercito professionale, di cui sentiamo davvero il bisogno.

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