ECOLOGIA

Di natura diversa

Difendere la diversità. Anzi la biodiversità. Non significa solo tutelare il ricco patrimonio di specie naturali che i grandi cartelli economici vogliono trasformare in merce brevettabile. Ma anche difendere la democrazia. A colloquio con Vandana Shiva.
Vanni Salvemini

La questione della proprietà intellettuale non è un problema accademico. Né un tema astratto. È lo strumento principale attraverso cui si realizza oggi il saccheggio delle risorse naturali del pianeta da parte delle grandi corporation. Manipolazione delle forme di vita e dei geni, selezione delle specie agricole, il tutto coordinato da una consapevole strategia adottata dalle grandi organizzazioni transnazionali quali il WTO, volte a impoverire sempre di più le popolazioni rurali del Terzo mondo.
Dal futuro delle risorse naturali fino a una nuova “ecologia sociale”, il punto di vista di una persona, come Vandana Shiva, intellettuale e scienziata ormai nota in tutto il mondo, che però ha scelto di vivere in un Paese povero di cui continua a sperare la rinascita.

Quella di Kyoto si può considerare una svolta, che ha posto le premesse per una presa di coscienza delle nostre responsabilità rispetto all’ambiente. Come giudica questo cammino appena intrapreso?
Conferenza con Vandana Shiva. Quando il valore della qualità viene a mancare e la vita viene distrutta, la qualità della vita non è possibile. Una buona qualità della vita si ha quando prodotto e consumo riescono a mantenere intatta la vita sulla terra. Significa che uno stile di vita ecologico conferisce bellezza e qualità agli oggetti che creiamo, al cibo che facciamo crescere, ai vestiti che portiamo e alle case che costruiamo. Il massimo della qualità viene creata con mani umane e mente umana, non con le macchine, nelle fabbriche e con produzioni di massa. Con quello si distrugge la qualità. Io porto soltanto vestiti fatti a mano, perché mia madre anni fa mi ha detto che se porti quel tipo di vestiti porti qualcosa di bello: la donna povera che lo ha confezionato può nutrire i suoi figli e tu proteggi la natura. Per me qualità della vita significa essere sicura di non distruggere la natura e di non impedire la tranquilla sopravvivenza di altri popoli. Io sono un fisico e lavoro sull’agricoltura. Ho creduto nella “Rivoluzione Verde” con la quale si era promesso agli agricoltori che sarebbero diventati ricchi e che ci sarebbe stata pace nei villaggi. Tramite la chimica si voleva creare pace, ma ciò porta effetti dannosi. L’India è un Paese spirituale e gli agricoltori sono spirituali. Da noi si ringrazia la terra per il cibo che dà, crediamo che il seme abbia vita infinita. Le multinazionali invadono i villaggi di propaganda, promettendo ricchezza. I contadini prima ci credono, poi si trovano in condizioni ancora più precarie. Finora in 20.000 si sono suicidati. Non sapevano più come uscirne, ma il modo c’è: non bisogna affidarsi alla chimica.

Il fatto è che l’agenda delle scelte sembra dettata più dagli interessi economici che da quelli sociali…
Nel corso degli ultimi due decenni ho visto conflitti sullo sviluppo o sulle risorse naturali trasformarsi in conflitti della comunità e culminare in estremismo e terrorismo. Il mio libro Violence of the Green Revolution era un tentativo di comprendere l’ecologia del terrorismo. Le lezioni che ho tratto dalle crescenti e diversificate espressioni del fondamentalismo e del terrorismo sono diverse. I sistemi economici non democratici che centralizzano il controllo sulle decisioni e sulle risorse e sottraggono alla popolazione occupazioni produttive e mezzi di sostentamento creano una cultura dell’insicurezza. La distruzione del diritto alle risorse e l’erosione del controllo democratico sui beni naturali, sull’economia e sui mezzi di produzione mina l’identità culturale. I sistemi economici centralizzati erodono anche la base democratica della politica. In una democrazia, l’agenda economica coincide con l’agenda politica. Quando della prima si appropriano la

Il falco vola sulla Banca Mondiale
Evviva. La nomina di Paul Wolfowitz alla presidenza della Banca Mondiale è una notizia da accogliere con entusiasmo. Finalmente un vero guerrafondaio, meglio di Bono”: così Naom Klein, autrice del libro “No Logo”, commenta – nelle pagine del quotidiano “La Repubblica” – la notizia della nomina dell’artefice neocon della politica estera Usa a presidente della Banca Mondiale. Aggiunge poi la giornalista “no global”: “Scherzo. In realtà c’è un aspetto positivo. Finalmente si sono tolti la maschera. Diventa più evidente la reale connessione tra la guerra e le ragioni economiche. Se ancora qualcuno credeva nella mistificazione della Banca Mondiale indipendente dalla politica americana finalmente aprirà gli occhi”.
Moltissime le reazioni di protesta e di dissenso rispetto a questa nomina, sia nel mondo dell’associazionismo (e, in primis, da parte della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale) sia nello stesso parlamento europeo, il cui Comitato per lo Sviluppo ha chiesto “ai governi europei di compiere tutti i passi necessari affinché l’amministrazione USA renda il processo più aperto e accetti la possibilità di esaminare nuovi candidati, anche in base ai precedenti accordi, rimasti apparentemente lettera morta, in merito alla procedura di selezione dei massimi esponenti di Banca e Fondo monetario”.
Per maggiori informazioni e per la lettura degli appelli diffusi: http://www.crbm.org
Banca Mondiale, il FMI e il WTO, la democrazia risulta decimata. Le sole carte che restano nelle mani dei politici desiderosi di raccogliere voti sono quelle della razza, della religione e dell’etnia, che hanno il fondamentalismo come conseguenza naturale. E il fondamentalismo riempie efficacemente il vuoto lasciato da una democrazia in disfacimento. La globalizzazione economica sta alimentando l’insicurezza economica, erodendo la diversità e l’identità culturale e aggredendo le libertà politiche dei cittadini. E fornisce terreno fertile al seme del fondamentalismo e del terrorismo. La sopravvivenza della popolazione e della democrazia dipenderà dalla risposta al duplice fascismo della globalizzazione, da un lato, che nega alle persone il diritto alle risorse, e, dall’altro lato, il fascismo fondamentalista che si nutre di espulsioni, espropriazioni, insicurezza economica e paura.

Fin dove si è spinta, nel suo Paese, la privatizzazione delle risorse energetiche e dell’acqua?
La trasformazione dell’acqua in merce, attraverso quella privatizzazione che ha “le sue radici nell’economia dei cowboy”, è la strategia strenuamente perseguita da organismi sovranazionali come il WTO (World Trade Organization), la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, che da tempo legano la concessione dei prestiti alla deregulation. Così nella Dichiarazione ministeriale stilata a Doha nel 2001 nel vertice del WTO si parla di eliminazione delle “barriere tariffarie e non tariffarie sui beni e servizi ambientali”, tra cui ovviamente rientra anche l’acqua. Alle risorse idriche come bene commerciabile fa esplicito riferimento anche il Nafta (North American Free Trade Agreement). Oggi a controllare il mercato dell’acqua sono una manciata di corporation tra cui spiccano Vivendi Environment e Suez Lyonnaise des Eaux con un fatturato di 17,5 e 5,1 miliardi di dollari. Sul nuovo affare si sono lanciate perfino Coca Cola e Pepsi Cola con brand di acque in bottiglia, un’industria che non solo non garantisce la qualità di ciò che vende ma ha conseguenze mortali sull’ambiente con l’utilizzo massiccio e indiscriminato della plastica....

Perché i brevetti sono una nuova forma di colonialismo?
Il tentativo di estensione globale del sistema dei brevetti e dei diritti di proprietà intellettuale vigente negli Stati Uniti può essere visto come l’estensione del colonialismo al mondo delle idee. I brevetti sulla vita hanno a oggetto la creatività dei sistemi di vita che si autoriproducono e auto-organizzano, gli spazi interni dei corpi, e gli spazi liberi della creatività intellettuale. Sono, solitamente, giustificati come stimolo alla creatività, ma hanno un impatto opposto, sia perché restringono l’uso – e quindi il miglioramento e lo sviluppo – delle conoscenze tutelate, sia perché presuppongono che l’unico possibile incentivo alla ricerca sia la sete di guadagno economico, sia perché trascurano il carattere collaborativo, comunitario e interattivo dei sistemi di conoscenza e del rapporto fra l’essere umano e la natura. Il paradigma scientifico occidentale dominante, fondato sul riduzionismo e sulla frammentazione, non è attrezzato a tener conto di una simile complessità. Diritti comuni vengono trasformati in diritti privati individuali, a danno di tutti i tipi di conoscenza che nascono e si sviluppano nelle comunità, e la conoscenza diventa oggetto di tutela solo in quanto genera un profitto industriale, e non in quanto risponde a bisogni sociali diversi dalla mera avidità di guadagno.

La tua riflessione ritorna sempre sulle responsabilità di ciascuno. La domanda classica è: cosa si può fare per non collaborare con questo sistema economico...
Quando qualcuno chiese a Gandhi come gli fosse venuta l’idea della non-cooperazione, come l’avesse “inventata”, lui gli rispose: “Io non ho inventato niente: mi sono limitato a osservare come l’India sia rimasta democratica nel corso dei millenni”. E l’India s’è mantenuta democratica proprio perché milioni di cittadini indiani dicevano: “No, io non coopero con l’ingiustizia”. Questa libertà nessuno può togliertela: nessuno può dirti che non puoi opporti a qualcosa, se decidi di farlo.

Hai coniato una nuova categoria concettuale: l’ecologia sociale. Quali sono i punti di forza e di debolezza? Ha una possibilità di essere applicata nel nostro mondo?
La globalizzazione corporativa riduce la terra a un supermarket di merci dove

Vandana Shiva
Teorica dell’ecologia sociale, è laureata in fisica quantistica ed economista. È nata nel 1952 a Dehra Dun, nell’India del Nord, da una famiglia progressista. Ha studiato nelle università inglesi e americane. Tornata a casa dopo aver terminato gli studi, rimase traumatizzata rivedendo l’Himalaya che, dopo il cosiddetto “aiuto” della Banca Mondiale per la costruzione di una grande diga, era diventato un groviglio di strade e di slum, di miseria, di polvere e smog. Decise così di abbandonare la fisica nucleare e di dedicarsi all’ecologia. Nel 1982 ha fondato nella sua città natale il Centro per la Scienza, Tecnologia e Politica delle Risorse Naturali – che oggi dirige – un istituto indipendente di ricerca che affronta i più significativi problemi dell’ecologia sociale dei nostri tempi, in stretta collaborazione con le comunità locali e i movimenti sociali.
tutto è in vendita. Estingue i diritti fondamentali alla vita, ai mezzi di sostentamento e agli stili culturali diversi. I ricchi sono ridotti ad accumulatori e consumatori del supermarket globale, mentre i poveri e gli emarginati sono considerati non necessari e da buttar via. La globalizzazione corporativa è la fine della riproduzione e della produzione come elementi essenziali degli esseri della nostra specie. La democrazia della Terra è il modo per reclamare la nostra creatività e le nostre capacità produttive. Nella sfera della biodiversità, la fine della creatività sta nei brevetti per la vita che portano alla pirateria e al brevettare il sapere indigeno, e da qui alla creazione di un monopolio di diritti nelle mani delle corporazioni occidentali che possono essere usati per impedire alle comunità indigene di accrescere la loro sapienza per produrre cibo e prevenzione sanitaria. Nella sfera alimentare, la fine della creatività sta nella globalizzazione e industrializzazione dei sistemi alimentari, che eliminano i piccoli contadini dalla catena alimentare, distruggono le economie alimentari locali e le culture, lasciando tutti ignoranti sulla provenienza del cibo, su come sia stato prodotto e su quello che contiene. Questa è una ricetta per rendere superfluo il 75% dell’umanità legato alla produzione alimentare.

Qual è il ruolo dei movimenti nell’agenda del mondo attuale?
Sogno e tifo per un’economia dei diritti. La sfida del post-Seattle è cambiare le regole del commercio estero e le politiche agricole e alimentari nazionali, affinché le esperienze finora fatte ricevano nuova linfa e si moltiplichino. Affinché non sia più marginalizzata e criminalizzata l’agricoltura ecologica che protegge i piccoli produttori e assicura il sostentamento ai contadini, producendo cibo sicuro. È arrivato il momento di riprenderci il raccolto rubato e celebrare la crescita e il dono del buon cibo come il dono più grande e l’atto più rivoluzionario. La liberalizzazione del commercio sta distruggendo i mercati locali e i mezzi di sussistenza locali, come nel caso del dumping commerciale con prodotti di consumo dal prezzo artificialmente basso grazie a sovvenzioni statali, che vengono immessi sui mercati indiani dopo l’abbattimento delle barriere doganali seguito a una disputa in seno al WTO. La giustizia, nel commercio, deve difendere i diritti alle risorse naturali dei poveri e deve cambiare gli accordi TRIPS e GATS che escludono la biodiversità, le risorse genetiche e le sementi dalla brevettabilità e l’acqua e l’elettricità dalla privatizzazione. La giustizia nel commercio richiede che i Paesi del Terzo Mondo restringano le importazioni (introducendo barriere) per proteggere i mercati interni da cui dipende la sussistenza del poveri. Questi temi, relativi al diritto sulle risorse e alla restrizione dell’accesso ai mercati del Sud, sono principi condivisi e obiettivi del movimento per la giustizia nel commercio.

Che contributo specifico le donne stanno assumendo nel movimento per la giustizia globale?
In me è grande la fiducia nella presenza femminile nel mondo, come soggettività creativa e protettiva dell’ordine naturale. Questa filosofia della diversità visibile fra i due sessi, rivolge l’accusa alla monocultura della mente. Nella natura invece esiste la diversità. Non è la perfezione, ma è un tendere alla compresenza di differenze che hanno una ragione di esistere attraverso la relazione con il tutto. Il moderno sistema di cultura occidentale è diventato colonizzazione; senza la diversità il piccolo va a morire. Siamo a un bivio, all’ultima lotta: con la salvaguardia del piccolo e del diverso andremo verso la democrazia, con le multinazionali verso la dittatura.

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