POLITICHE SOCIALI

Guai all’handicap

Eliminare i diritti. Ridurre i servizi. Escludere dal lavoro. L’handicap ritorna nel ghetto dell’esclusione. Un’inchiesta per capire la cultura che avanza.
Cristina Tajani

Come si misura il grado di comprensione, di cultura della disabilità all’interno di una società? Ad esempio analizzando le politiche d’inclusione dei disabili.
Ed è proprio sul terreno delle politiche d’inclusione che due grandi associazioni impegnate, la Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap (FISH) e la Federazione Nazionale Associazioni Disabili (FAND), denunciano da tempo degli arretramenti, a cominciare dalla scuola per finire con l’integrazione lavorativa. Sono ormai quattro anni consecutivi, denunciano le associazioni, che i tagli alle voci di spesa in Finanziaria penalizzano l’inclusione dei disabili e svelano un preciso orientamento culturale che assegna all’associazionismo e al volontariato, spesso come atto caritatevole, l’integrazione e la cura dei disabili. A ciò si aggiunge la penalizzazione indiretta dovuta al taglio dei finanziamenti per i Comuni e gli Enti Locali

Il collo della giraffa
Allora, anche se sembra un paragone sciocco, l’handicap in un certo senso è l’erba cattiva; è la proposta futura a problemi futuri. Perché, dice Vygotskij: “Se l’handicappato raggiunge gli stessi livelli di una persona normale, li raggiunge attraverso strade laterali, diverse, e sono strade che forse, dal punto di vista evolutivo, serviranno alle persone così dette normali, in futuro. Quello che noi purtroppo facciamo invece è negare il problema della diversità. Noi non siamo la marchiani, quindi non pensiamo che la giraffa abbia allungato il collo a forza di arrivare in alto. C’è stata una giraffa handicappata, che è riuscita a isolare una nicchia ecologica, le foglie delle acacie africane, ed è stata la salvezza di una specie. La stessa cosa può produrre l’handicap. L’handicap ha in sé, come bio-diversità, la salvezza della specie, se noi sappiamo capire”.
Riziero Zucchi, La cultura dell’handicap
(on line su http://www.accaparlante.it)
che ha colpito le politiche di reinserimento sociale e di inclusione, mentre tra i soggetti penalizzati figurano in maggior misura gli adulti in difficoltà (per il 53,8%), gli anziani (38,5%) e i disabili (30,8%).

La scure sull’handicap
Per quanto riguarda gli interventi diretti sulla disabilità, invece, ancora una volta sono stati sacrificati i finanziamenti per la legge 13/99 che rappresenta l’unico strumento concreto per l’abolizione delle barriere architettoniche. L’integrazione scolastica, poi, sempre secondo le associazioni dei disabili, è stata colpita attraverso il mancato finanziamento (contro cui anche i sindacati della scuola si sono mobilitati) della legge 285/97 che permette il riconoscimento e il sostegno delle difficoltà di apprendimento non direttamente riconducibili all’handicap, mentre gli insegnanti di sostegno sono stati drasticamente ridotti ancora per motivi di bilancio.
Ma è in materia di inserimento lavorativo che si sono registrati gli arretramenti più gravi nella legislazione sociale e nella esigibilità dei diritti di cittadinanza delle persone disabili. Il decreto attuativo della legge 30 produce uno stravolgimento del principio di uguaglianza e non discriminazione, prospettando un ritorno indietro della legislazione italiana per cui l’emancipazione torna a essere carità e la libertà una concessione elargita. “In primo luogo – ci spiega Corrado Mandreoli della Cgil di Milano – la flessibilità introdotta dalla legge 30 precarizza anche la condizione dei lavoratori disabili, con conseguenze esistenziali ancor più destabilizzanti rispetto ai non disabili”. “I disabili e i soggetti svantaggiati, infatti, se collocati attraverso le nuove tipologie contrattuali possono percepire trattamenti salariali e normativi inferiori, a parità di lavoro e mansione”. “Di fatto – prosegue Mandreoli – il decreto 276 azzera le disposizioni previste dalla legge 68/99 in materia di assunzioni obbligatorie da parte delle imprese private che, invece di assumere lavoratori disabili ogni tot nuovi occupati, possono in alternativa fornire commesse di lavoro ad apposite cooperative sociali costituite da persone inabili e sottrarsi così all’obbligo dell’assunzione dei disabili”.

A rischio di ghetto
Il meccanismo delle commesse alle cooperative rischia, a detta dei sindacati che proprio su questo punto hanno mosso eccezione di incostituzionalità alla Corte Costituzionale, di istituire dei veri e propri ghetti per i lavoratori disabili che nulla hanno a che fare con l’integrazione lavorativa. Inoltre, l’articolo 22 del decreto 276 stabilisce che le norme sulle assunzioni obbligatorie non valgano nei casi di somministrazione di lavoro. “Questo – ci

Integrazione scolastica e lavorativa
Secondo il CNEL sono circa 140.000 gli studenti con disabilità che hanno frequentato nel 2004 i vari ordini di scuola, circa il 34% in più rispetto a 10 anni fa. Tra questi solo l’1,6% prosegue gli studi fino alle superiori. La presenza di alunni disabili è maggiore negli istituti professionali rispetto a istituti tecnici o licei e nelle scuole pubbliche rispetto a quelle parificate. Permane una percentuale considerevole di persone disabili senza alcun titolo di studio: il 15% nella fascia tra i 15 e i 44 anni, mentre tra i non disabili la percentuale è praticamente nulla. Il tasso di occupazione, inoltre, è ancora basso: circa il 21%. Le donne disabili sono sensibilmente più svantaggiate degli uomini con un tasso di occupazione pari appena all’11% contro il 29% degli uomini.
dice ancora Mandreoli – vuol dire che una società specializzata per somministrare lavoratori a tempo indeterminato per i settori già definiti dalla legge (come il settore informatico o tutte le nuove attività nel mezzogiorno) non sarà più obbligata ad assumere ogni tot lavoratori un disabile o un soggetto svantaggiato. In quei settori dove la somministrazione a tempo indeterminato è già possibile i disabili potrebbero non trovare mai più occupazione”. Se lo stato della legislazione, a detta di chi si occupa di disabilità, arretra soprattutto in materia di inserimento lavorativo, è pur vero che l’esigibilità dei diritti di cittadinanza delle persone disabili non è inscritta unicamente nel dettato legislativo.

Senza rete
Come avviene per altri tipi di disagio sociale, importanza centrale assume la rete di servizi e di relazioni in cui il soggetto cosiddetto “debole” è inserito. Per quanto riguarda l’inserimento lavorativo, da alcuni anni i sindacati insieme ad alcuni centri pubblici per l’impiego hanno sperimentato la figura del “delegato sociale”, un delegato sindacale, cioè, capace, grazie a una specifica formazione e cultura della disabilità, di fare da interfaccia tra la rete di servizi pubblici (le Asl e i Centri per l’Impiego), il disabile inserito in azienda e gli stessi responsabili di impresa. L’integrazione sociale, così come l’inserimento lavorativo, infatti, non sono dei “momenti” nella vita della persona disabile, ma sono dei “processi” che coinvolgono soprattutto la comunità di riferimento. Ed è in quest’ottica, quella cioè di mettere in relazione la persona disabile con un dato reticolo sociale, che dovrebbero operare le politiche di inclusione per creare una cultura della diversità in grado di arricchire non solo il disabile ma anche la sua comunità. Su questa strada, però, il percorso da compiere è ancora tutto in salita anche alla luce degli arretramenti legislativi e dei tagli ai finanziamenti di cui si è provato a dare conto. Basti pensare che su quasi tre milioni di disabili stimati in Italia ben 600 mila non godono di alcun tipo di sostegno e 250 mila non hanno alcun contatto con il mondo esterno se non attraverso la televisione.

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